Un’arte “mai vista” che sparge ricchezza in città


Tea Taramino lavora presso la Direzione Politiche Sociali e Rapporti con le Aziende Sanitarie, Servizio Disabili della Città di Torino e la Circoscrizione 8, in questi anni grazie al suo entusiasta contributo hanno preso il via tantissime iniziative torinesi, e non solo, legate alla riscoperta della cosiddetta art brut o irregolare. Abbiamo fatto con lei qualche chiacchiera per capire meglio di cosa si tratta, e scoprire le mostre ed eventi che, insieme alle tante associazioni ed enti cittadini, hanno preso vita a partire dalla riscoperta e da un rinnovato interesse verso questo tipo di espressione artistica.

 

Arte plurale 2013 TESSEREXESSERE arte partecipate di e con Giustino Caposciutti

Arte plurale 2013 TESSEREXESSERE arte partecipate di e con Giustino Caposciutti, Foto di Ivo Martin

Art brut, arte povera, outsider art, arte irregolare: tanti nomi, ma quali e quanti concetti dietro a questa definizione? Insomma, di cosa stiamo parlando e come dobbiamo approcciarci alle opere ascritte sotto questa etichetta mutevole?

È sempre molto difficile etichettare quando siamo entro le preziose, porose e frastagliate aree di confine. Le classificazioni funzionano meglio quando si esprime anche il punto di osservazione: autori e opere possono cambiare cornice o essere “fuori cornice”. Alcuni dei nostri artisti, per soluzioni formali e contenuti, possono tranquillamente essere presentati accanto ad artisti contemporanei, ma credo che operare delle distinzioni sia utile per capire anche quello che c’è dietro: contesti, pratiche, diverse intenzionalità. Ad esempio non sono da assimilare agli artisti dell’arte povera, perché essi si confrontavano – in modo consapevole e volontario – con il contesto culturale di appartenenza, erano parte attiva del mondo dell’arte internazionale a loro contemporaneo. Gli autori riconducibili alle sigle art brut, outsider art o arte irregolare producono invece principalmente per dettato interiore,  spinti da necessità e impellenze personali che si producono in spazi fisici e mentali intimi o protetti. Sono autori molto diversi per autonomia e pratiche artistiche,  con diversi gradi di consapevolezza o di presenza al mondo. Oppure, sono consapevoli ma non motivati a un rapporto produttivo con il mercato o a un confronto con la cultura artistica ufficiale, anzi lo evitano. In altri casi c’è intenzione, ma non autonomia a causa di condizionamenti dovuti alla disabilità o a problematiche psichiche o sociali. La varietà di comportamenti e strategie artistiche è così grande da renderli difficilmente impacchettabili in schemi precisi.

 

Tu, come dipendente del Comune di Torino, sei coinvolta in tanti progetti che hanno come scopo quello di tracciare un percorso e portare all’attenzione della città vari esempi di espressione artistica spesso non considerati. Ci accenni qualcosa? Come dialogano queste forme d’arte con l’arte contemporanea che siamo abituati a considerare tale, e qual è il riscontro da parte del pubblico?

A partire da una spinta dal basso, dalle proposte che provenivano dagli operatori dei servizi, il Comune ha investito risorse su diversi progetti, in una progressiva collaborazione con musei, scuola, associazioni, fondazioni e cooperative sociali. Quindi, per sviluppare negli addetti ai lavori e nel pubblico nuove visioni utili a riconoscere e a comunicare con la varietà, umana e di contenuti, espressa dalle persone con disabilità o con sofferenza psichica sono stati allestiti laboratori, mostre, spettacoli, seminari, convegni, manifestazioni [vedi Arte Plurale], spazi di confronto e dialogo [come i progetti InGenio] e organizzazioni sul tempo libero [ Motore di ricerca, comunità attiva]. Abbiamo costruito – giorno dopo giorno –  ponti con la cittadinanza e il mondo ufficiale dell’arte – cercando di evidenziare possibili collegamenti di senso attraverso il coinvolgimento diretto di artisti ed esperti del settore. Molti di essi, come Giustino Caposciutti e Mauro Biffaro, si sono innamorati di certe maniere artistiche singolari e lavorano con noi  sin dagli esordi. Il pubblico è sempre numeroso, quando riusciamo a raggiungerlo attraverso i media è molto vario, altrimenti resta di nicchia: il rapporto con i mezzi di comunicazione è il nostro punto debole? O è debole l’interesse degli stessi per cui c’è sempre molta disattenzione nei nostri confronti?

 

In Corso Sicilia, a Torino, è presente un vero e proprio atelier con una collezione storica: che opere raccoglie e come è stato creato?

Ernesto Leveque, 2016 laboratorio La Galleria, foto Tea Taramino

Ernesto Leveque, 2016 laboratorio La Galleria, foto Tea Taramino

Il laboratorio si chiama La Galleria ed è in funzione in dal 1982. Ho lottato per ottenere attenzione e mezzi, ma per fortuna sia sulla spinta della riforma basagliana sia in relazione ai nuovi assetti politici territoriali che – spronati dai cittadini –  guardavano in modo nuovo alla città, in quegli anni,  si respirava una certa aria di cambiamento. Comprese in quello sguardo erano le istituzioni dedicate alla cura delle persone con disabilità o con problemi psichici. Nel laboratorio La Galleria  ho iniziato la conservazione e la documentazione delle produzioni quale indispensabile strumento di riflessione sui progressi personali dei partecipanti e come storicizzazione del lavoro svolto. Inoltre, sulla spinta del desiderio di ricerca, approfondimento   e valorizzazione di tali pratiche artistiche – in particolare con le educatrici Maria Luisa Boscolo, Patrizia Grosso e altre persone come l’artista Angelo Garoglio – abbiamo iniziato a raccogliere, conservare e studiare anche opere provenienti da diverse realtà di Torino e provincia. Ancora oggi vado alla ricerca di autori e faccio attività di contrasto al cassonetto della spazzatura, dove di frequente  finiscono capolavori definiti troppo spesso stereotipi, perché è mancato lo sguardo giusto a riconoscerli. Certo, la maggior parte dei nostri autori presenta una certa fissità nel tempo di schemi, ritmi e figure, però a ben guardare si notano qualità estetiche rilevanti e si colgono interessanti variazioni e cambiamenti. Raccogliere numerose opere per ogni autore è utile per comprendere sia le loro storie personali sia lo sguardo operativo a esse dedicato e permette l’osservazione dei fili conduttori, delle insistenze e delle eventuali trasformazioni. La collezione è formata da opere che vanno dai primi anni ’80 a oggi, anche lasciti da atelier che hanno cessato l’attività,  opere sottratte alla noncuranza degli autori, ma fortunatamente raccolte con quotidiana premura da alcuni educatori dei diversi servizi, persone in grado di vedere in tali ripetizioni non solo l’impasse, ma il segno di una presenza, di un’identità spesso fornita di grande suggestione e qualità artistica. Dal 2013 collabora attivamente con le diverse attività del laboratorio l’educatrice Maresa Pagura del Servizio Passepartout, Redazione Città Aperta.

 

Tra i progetti recenti, e di successo, c’è “Mai visti e altre storie”, che si propone anche di costruire un archivio digitale per catalogare e raccogliere le opere di arte irregolare di Torino e del Piemonte: come nasce l’idea e come si articola?

L'arte di fare la differenza I edizione, Museo di Antropologia ed Etnografia

L’arte di fare la differenza I edizione, Museo di Antropologia ed Etnografia, foto di Ivo Martin

Mai Visti e Altre Storie prende forma a partire dalle riflessioni emerse dal lavoro in comune fra  persone e soggetti istituzionali diversi durante le due edizioni di L’arte di fare la differenza. Lavorare insieme per tre anni è stata un’importante occasione, sia per conoscerci con Arteco, Passages e il Museo di Antropologia ed Etnografia, sia per elaborare riflessioni condivise e compiere uno studio delle realtà europee, più evolute nel riconoscimento degli autori indipendenti e marginali. Il progetto Mai Visti e Altre Storie – a dimensione regionale – è curato con grande professionalità, competenza e dedizione da Beatrice Zanelli e Annalisa Pellino di Arteco e dal loro staff, in collaborazione con l’Associazione culturale Passages, in particolare con Gianluigi Mangiapane che lavora anche presso il Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino. Siamo operativi dal 2015 con una mappatura, in continuo aggiornamento, di autori e contesti che procede con il graduale studio delle biografie, raccolta e documentazione fotografica delle produzioni  per l’inserimento nel sito: www.maivisti.it. Si organizzano anche incontri, mostre collettive e personali per mettere in luce, di volta in volta, aspetti della ricerca, gli autori e i partner afferenti al progetto che fra privati e istituzionali sono circa una trentina. Ci avvaliamo, inoltre, della supervisone di un autorevole comitato scientifico composto da esperti di vari settori fra cui Emma Rabino Massa, Direttore Museo di Antropologia ed Etnografia, Università di Torino; Maria Teresa Roberto, storica dell’arte, Accademia Albertina di Belle Arti di Torino; Catterina Seia, co-founder di Fondazione Medicina a Misura di Donna e Fitzcarraldo; Bianca Tosatti, Storica dell’arte esperta di arte irregolare, Associazione Figure Blu di Parma, con noi in prima linea.

L’idea di sviluppare un movimento e un interesse intorno a queste opere era già stata sollecitata da un progetto del 2012 “L’arte di fare la differenza”, ripetuto e ampliato nel 2014, anche con il supporto dell’Opera Barolo. Di che cosa si trattava?

L’arte di fare la differenza è un progetto di arte relazionale – ideato e coordinato dall’antropologa

InGenio bottega d'arti e antichi mestieri, 2013 stage condotto da Mauro Biffaro, foto Tea Taramino

InGenio bottega d’arti e antichi mestieri, 2013 stage condotto da Mauro Biffaro, foto Tea Taramino

culturale Annamaria Pecci e a cura di Arteco con l’obiettivo di sostenere e promuovere la creatività giovanile, quale occasione formativa per artisti emergenti e opportunità per (ri)mettere in discussione la diversità di cui ognuno è portatore. Lavorare insieme in équipe per proporre il riscatto culturale di persone che sono spesso emarginate ha sollecitato anzitutto in noi una profonda riflessione sull’influenza positiva che possono avere, nella qualità della vita cittadina, sia una presenza di artisti e addetti ai lavori attivi e consapevoli sia l’opportunità di partecipazione e protagonismo culturale per gli abitanti. Il percorso si è svolto come un laboratorio interdisciplinare di mediazione interculturale e di educazione all’arte mediante il reciproco scambio di competenze fra partecipanti e il confronto fra esperienze artistiche contemporanee con le collezioni etnografiche e di Art brut del Museo di Antropologia ed Etnografia. In questo caso gli autori, artisti (cosiddetti outsider e non), antropologi, educatori, critici e storici dell’arte in cooperazione attiva con diverse istituzioni cittadine, pubbliche e private, si sono impegnati per indagare e mostrare come ogni singola identità esiste se è in relazione ad altre identità così come ogni cultura, passata o presente, si qualifica nella relazione con le altre culture. Abbiamo proceduto con metodo ricercando, con cura, strumenti concreti di autonomia espressiva e di conoscenza per rafforzare le singole dignità umane coinvolte. L’iniziativa – sostenuta anche dalle Politiche Giovanili e dai Servizi Culturali della Città – ha visto tra gli attori e i beneficiari del progetto giovani artisti, studenti, educatori e persone in situazione di fragilità provenienti dai servizi cittadini alla persona, dalle cooperative sociali e dalle associazioni. Collaboriamo dal 1996 con l’Opera Barolo, ente che da 150 anni si occupa di progetti di empowerment ed è al servizio delle fragilità. Dallo scorso anno è stata valutata, di comune accordo, l’esigenza di creare un ulteriore punto d’approdo per alimentare il dialogo e condividere con la città la ricchezza di ricerche e pratiche su questi temi, che oggi in Italia non hanno più un museo, uno spazio espositivo stabile. Gli appartamenti affrescati dal Legnino nello storico palazzo Barolo sono diventati così il luogo di scambio interdisciplinare sul tema con una fitta programmazione di mostre e convegni. Luogo in cui abbiamo potuto presentare sia installazioni e video dell’Edizione 2013-2014 sia proporre momenti di riflessione.

 

Un altro dei vostri progetti è InGenio, bottega d’arti e antichi mestieri e InGenio Arte Contemporanea una realtà presente nel pieno centro di Torino con una bottega e uno spazio espositivo. Che cosa accade in questi luoghi?

InGenio Arte Contemporanea, dettaglio della mostra TRAILER anteprime dal progetto Mai Visti e altre Storie

InGenio Arte Contemporanea, dettaglio della mostra TRAILER anteprime dal progetto Mai Visti e altre Storie, foto di Tea Taramino

InGenio è formato da due spazi adiacenti – che esprimono due diverse interpretazioni di uno stesso progetto di valorizzazione delle persone in situazione di fragilità e di sensibilizzazione della cittadinanza attraverso arte, cultura e il saper fare manuale. È un’iniziativa promossa dal Servizio Disabili della Città di Torino, in collaborazione con le Circoscrizioni, le Cooperative Sociali e le Associazioni di volontariato che lavorano con persone con disabilità, disagio psichico o sociale. Un’ampia rete civile. InGenio, bottega d’arti e antichi mestieri (in Via Montebello 28/B) aperto nel 2001 è un luogo di esposizione e vendita delle produzioni artistiche e artigianali realizzate nei 90 laboratori cittadini (pubblici e privati). È uno spazio aperto a chi vuole incontrarsi per confrontarsi e per scambiare esperienze: una risorsa per workshop, la presentazione di un libro, di un progetto o per scoprire produzioni inedite formate da pezzi unici e irripetibili o da piccole serie. Lo spazio è curato da Patrizia Ventresca con Rosaria Augeri, Enzo Bodinizzo, Carmen Dolce, Monica Zulian e numerosi operatori e utenti dei diversi servizi coinvolti. InGenio Arte Contemporanea (C.so San Maurizio 14/E) aperto dal 2011, è un laboratorio di idee e galleria rivolto a sperimentazioni artistiche che si confrontano con la contemporaneità per incrementare e mantenere attive le esperienze con artisti e personaggi del mondo dell’arte contemporanea e dell’arte irregolare attraverso l’interazione con istituzioni scolastiche, università, musei e fondazioni e gallerie private.  Il programma è curato da me con l’artista Enzo Bodinizzo e l’educatrice referente Patrizia Ventresca in collaborazione con numerosi artisti, cooperative sociali e associazioni culturali.

 

Palazzo Barolo tornerà presto protagonista di una mostra: ci dai qualche anticipazione?

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Arte Plurale 2004, Superspazio personalizzato,Palazzo Barolo, foto Tea Taramino

La mostra inaugurata il 31 marzo Il Fantasma dello spettro – a cura di Sara Boggio – è dedicata a una riflessione sul tema dell’autismo e presenterà al pubblico Andrea Castelluzzo, Lorenzo Filardi, Antonino Mancuso e Mauro Marchese, artisti straordinari. La mostra fa parte di Singolare e Plurale, serie di eventi a proseguimento della storica collaborazione fra il Servizio Disabili e l’Opera Barolo. Tale iniziativa è finalizzata alla promozione di proposte culturali e progetti di ricerca che abbiano al centro le arti intese come motore di cambiamento, crescita personale, salute pubblica e welfare sociale. La rassegna Singolare e Plurale comprende il progetto InGenio va a Palazzo che sviluppa, anche fisicamente, un corridoio artistico culturale con Palazzo Barolo con performance sul territorio cittadino, mostre ed eventi distribuiti in contemporanea nei tre luoghi. A fine maggio sarà inaugurata la personale di Rosaria Carpino, fra gli artisti promossi dal progetto Mai Visti, le cui opere sono visibili sull’omonimo archivio on line, in passato già esposte a The Others (2014) e soprattutto diventate fonte d’ispirazione per un progetto di stampa serigrafica in tiratura limitata, del quale l’Opera Barolo si è resa portatrice di interesse e dal quale è nata la collaborazione con l’housing sociale Giulia in via Cigna a Torino. Il progetto si chiama My Print e costituisce un modo alternativo di valorizzazione delle opere che riescono a dialogare con spazi ora più istituzionali, ora più ordinari, ma in ogni caso entrando nell’immaginario visivo delle persone che hanno la fortuna di incontrarle.

 

Come Comune collaborate con tantissime realtà e associazioni sparse sul territorio, tra cui, per esempio, il museo di Antropologia ed Etnografia, che comprende delle collezioni di arte irregolare. Come lavorate insieme a queste diverse realtà cittadine?

Collaboriamo sia attraverso una rete spontanea sia mediante l’organizzazione istituzionale che coordina pubblico e privato nell’erogazione dei servizi alla persona e che coinvolge in modo permanente cooperative sociali e associazioni.  Con le scuole e le diverse realtà museali,  l’Università e l’Accademia si lavora concordando progetti specifici e di comune interesse.

 

Quali progetti sono in partenza per la primavera 2016?

Per ora stiamo cercando di mantenere attivi quelli importanti in corso e di cui abbiamo parlato prima. Progetti a lungo termine che per noi sono molto significativi e anche molto impegnativi, articolati. Sono previsti incontri di formazione rivolti agli operatori degli enti partner e alcune mostre relative a Mai Visti e alle ricerche con artisti e studenti sia a Palazzo Barolo sia a InGenio bottega d’arti e antichi mestieri e InGenio Arte Contemporanea.




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