Stay weird, stay different


watch-oscars-onlineSono passati ormai due giorni dalla magica Notte degli Oscar. Sto ascoltando e riascoltando – incredibile direi – la performance di Lady Gaga per celebrare i 50 anni di “Tutti insieme appassionatamente”, in un medley che culmina con la presenza della mitica Julie Andrews. E con le note di “The sound of the music” ripercorro una notte intera, per la precisione dalle ore 2 alle ore 6, con la memoria. In genere la Notte degli Oscar o piace o non piace, semplicemente perché è spettacolare o, al contrario, è troppo noiosa; quest’anno c’è stata una strana via di mezzo: una noia spettacolare.

Mi spiego: una Notte degli Oscar è caratterizzata da diversi punti precisi, che vi vado a elencare:

– Il presentatore;

Gli ospiti;

– Gli omaggi;

– I premiati;

È  vero, non ho inserito “l’abbigliamento”. Ma dato che io salto a piè pari il Red Carpet poiché non mi interessa per niente, se Angelina Jolie è vestita di mazzi di carciofi o se Tom Cruise si è fatto crescere i baffi alla Dalì, mi spiace per voi gossippari, non è questa l’occasione. Andiamo quindi con ordine.

Il presentatore. Un po’ come vale per il nostro Festival di Sanremo, anche l’Academy annuncia l’host dell’evento mesi prima. Ovviamente raggiungendo risultati notevolmente diversi rispetto all’Ariston. Neil Patrick Harris veste per la prima volta i panni che furono in passato di Billy Crystal, Steve Martin, Bob Hope, Whoopi Goldberg e tanti altri. E direi che ha eseguito un compito egregio, mantenendo uno humor molto soft, giocando con le sue capacità di presenza e canore, soprattutto nell’omaggio al cinema cantato a inizio serata, con la collaborazione straordinaria di Anna Kendrick e di Jack Black. Ma anche la gag in mutande in parodia a “Birdman” e la busta-pronostico tenuta sottochiave tutta la sera ha reso il suo lavoro elegante e attento.

Un po’ diverso il discorso legato agli ospiti, alcuni ormai navigati presentatori delle categorie, altri sempre pronti a creare momenti imbarazzanti o poco consoni all’occasione. Principalmente spiccano due personaggi che dovrebbero essere navigati presentatori, ma che hanno fatto la loro figura: John Travolta e Sean Penn. Il primo, a seguito di una gag con la cantante Idina Menzel, stava erroneamente per aprire la busta con il nome della canzone vincitrice invece che leggere sul gobbo l’elenco dei nominati; cosa effettivamente di poco conto rispetto a Sean Penn. Penn ha avuto il compito di decretare il Miglior Film dell’anno, l’ultima categoria della serata, e prima di annunciare Birdman, ha detto “Chi ha dato la green card a questo figlio di….” rivolto ad Iñárritu. Una battuta apprezzata dal regista messicano, ma mal interpretata dalla maggior parte del pubblico.

Caratteristica sempre riscontrabile durante gli Oscar sono gli omaggi e le performance. A parte il sempre commovente “In Memoriam” per tutti i rappresentanti della Settima Arte non più tra noi, un momento celebrativo effettivamente importante e poco riscontrabile in altri tipi di spettacoli (soprattutto italiani), è stato intensa la partecipazione, come detto prima, di Lady Gaga per “Tutti insieme appassionatamente”. Ma anche la presentazione delle canzoni candidate, dalla caotica “Everything is awesome” tratta da “Lego the movies” alla accorata “Glory” del film “Selma” (poi vincitrice), eseguita totalmente dal vivo.

I premiati, la cosa più importante della serata. È stata una carrellata di vecchie glorie finalmente ricompensate, nuove leve promettenti di altri successi e sorprendenti occasioni per formulare importanti messaggi. Prendiamo due premi importanti, gli Attori Non Protagonisti e l’Attrice Protagonista. Julianne Moore dopo anni di grandi film e quattro nomination (“Fine di una storia”, “Boogie Nights”, “Lontano dal Paradiso” e “The Hours”) vince per “Still Alice”, e ricorda tutti i malati di Alzheimer, come la protagonista che ha interpretato. I due Non Protagonisti, Patricia Arquette e J. K. Simmons, sono sempre stati gli attori “nell’ombra”, quelli del “dove l’ho già visto?”, e dopo anni, con una filmografia invidiabile alle spalle, sono riusciti al primo colpo: entrambi infatti erano alla loro prima candidatura. In particolare, la Arquette durante il suo discorso di ringraziamento, sfoggiando occhiali e papiro con tutto segnato sopra, non ha esitato a dimostrare la sua vicinanza a tutte le donne, con un accorato appello perché venga finalmente conquistata uguaglianza in ogni settore per il mondo femminile, ricevendo consensi da parte dei presenti, soprattutto da una scatenata Meryl Streep.

Peccato per la mancata vittoria di Michael Keaton, altro grande attore riesumato dopo anni di silenzi, ma vincitore morale insieme al regista e al Miglior Film per “Birdman”. In compenso, il giovane Eddie Redmayne avrà ancora molto da dare, dalle sue prime interpretazioni in film come “Marylin” e “Les Miserables”. Grande gioia per noi italiani, che ogni anno cerchiamo di lasciare il nostro segno, questa volta grazie alla nostra Milena Canonero e ai suoi costumi per “Grand Budapest Hotel”, alla sua quarta vittoria.

Ma ecco chi ha lasciato davvero il segno in questa notte. Graham Moore, statunitense trentaquattrenne, vincitore per la Sceneggiatura Non Originale di “The Imitation Game”, il film sulle vicende di Alan Turing, ha insegnato molto a tutto il pubblico con il suo discorso di ringraziamento. “A sedici anni ho tentato di uccidermi perché mi sentivo strano e diverso. Ora sono qui, e vorrei dedicare questo momento a tutti quei ragazzi che si sentono strani, differenti, che si sentono dei buoni a nulla. Ebbene ce la farete. Siate strani, siate diversi, e quando sarà il vostro turno qui, su questo palco, per favore lasciate questo messaggio a chi verrà dopo di voi”. Perché anche questo è cinema, realizzare i propri sogni e non fermarsi davanti ai giudizi altrui e alle difficoltà. E se l’obiettivo finale è una statuetta dorata o un semplice plauso, poco importa, l’importante è raggiungerlo!




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