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#PIX - La tribù dei fotografi -

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#PIX – La tribù dei fotografi


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La tribù dei fotografi

La tribù dei fotografi

Ciao ragazzi, raccontateci un po’chi siete e di cosa vi occupate.

Siamo Reflex Tribe, un’associazione di fotografi e appassionati di fotografia. Abbiamo iniziato tre anni fa a Torino, al Palazzo Lancia. Ci piace fotografare e trasmettere questa passione, perciò accogliamo e cerchiamo di proporre qualsiasi progetto o iniziativa che abbia questo fine.

All’inizio eravamo un gruppo di tre persone appassionate di fotografia, in tre anni siamo arrivati a cinquecentocinquanta soci. È un bel traguardo, considerando che siamo nati dal nulla, in un panorama come quello torinese, caratterizzato da circoli fotografici storici, d’epoca, e forse proprio per questo rimasti tali.

Voi proponete iniziative innovative, come i viaggi fotografici o la Torino Photo Marathon.

Sì, aldilà delle forme classiche della fotografia noi vogliamo promuoverne le nuove modalità espressive, cerchiamo di stimolare l’innovazione puntando, ad esempio, alla tecniche del light painting e a tutto quello che di creativo si può fare con la fotografia. Nei nostri corsi insegniamo le nozioni base, l’ABC, poi passiamo al circolo dove ci divertiamo a sperimentare. La fotografia, in quanto strumento creativo, può essere vista anche come una terapia, un modo per creare delle belle relazioni. Il circolo è una vera e propria fucina di progetti; Torino Photo Marathon è nata proprio lì, una sera nel Palazzo Lancia: sulla scia di manifestazioni analoghe che si svolgevano già in giro per il mondo, a New York, Amsterdam, Il Cairo, ho proposto questa iniziativa al gruppo e si è creato subito uno staff fantastico.

Il tema della condivisione è estremamente attuale. È una cosa alla quale avevate pensate sin dall’inizio oppure è nata in un momento successivo?

Noi ci chiamiamo REFLEXtribe, tribù Reflex, il sottotitolo è: “la prima tribù di fotografi digitali”, quindi siamo nati come una vera e propria comunità. Anche i nomi dei nostri corsi rimandano ai ruoli di una tribù, come Raccoglitore, Cacciatore e Capo Clan. I chiari riferimenti a questo tema sono, quindi, il nome del gruppo e la pagina Facebook, dove condividere, appunto, perciò possiamo dire che senz’altro il nostro progetto nasce come forma di socializzazione e di socialità.

Questo è un altro aspetto che vi differenzia dai circoli storici della fotografia, come dicevate prima. Avete pensato da subito di imporre un certo distacco dal panorama storico torinese?

Beh, pur senza dimenticarlo, ci poniamo in modo differente rispetto all’approccio tradizionale dei circoli storici, mantenendo sempre un aspetto di ricerca, passione e umiltà: non siamo un’associazione di grandi fotografi affermati che trasmettono conoscenza in senso unilaterale, il circolo è il luogo in cui si sviluppano le idee e i progetti. Certo, invitiamo anche fotografi affermati, tecnici e artisti emergenti a parlare e raccontarci dei loro progetti, però non si tratta mai di una comunicazione a senso unico ma piuttosto di qualcosa che ci fa crescere insieme. In fondo è proprio questo lo spirito dell’arte: c’è molto da imparare ma, una volta poste le basi tecniche, l’iniziativa personale va oltre ogni schema di insegnamento.

Infatti siete qui a Paratissima proprio con un progetto realizzato dai vostri allievi.

Sì, quest’anno per Paratissima abbiamo lavorato con i nostri allievi sul tema della sinestesia, ovvero la trasposizione di una sensazione da un campo sensoriale a un altro. Siamo presenti qui con due performance: la prima è un’esposizione fotografica sui cinque sensi, per la quale abbiamo chiesto ai nostri allievi di trasporre sul mezzo fotografico, visivo, una sensazione che può essere tattile, olfattiva eccetera. Accanto a questo lavoro proponiamo una performance interattiva, dal titolo “Guarda come ti senti”, durante la quale invitiamo i partecipanti ad ascoltare dei suoni e a trasporli sul loro viso: noi cerchiamo di farci raccontare quello che sentono e fotografiamo le loro espressioni; il risultato è molto divertente.

Per il futuro avete già in mente qualche altro progetto o esposizione?

Non posso anticipare nel dettaglio quello che c’è di nuovo in cantiere; posso solo dire che daremo seguito, e vorremmo che diventasse un’iniziativa permanente, la Torino Photo Marathon quindi ci sarà un’edizione 2014. Durante la prima edizione abbiamo avuto 890 partecipanti e abbiamo dovuto bloccare le iscrizioni per non averne di più, quindi per la prossima edizione saremo, se possibile, più pronti e vi sorprenderemo. Intanto stiamo lavorando alla Ivrea Photo Marathon, che si terrà in maggio.

Perché proprio Ivrea?

Dunque, siamo partiti con la Torino Photo Marathon perché siamo torinesi e ci piaceva l’idea di promuovere una manifestazione nella nostra città; purtroppo l’attenzione delle istituzioni locali nei confronti degli artisti emergenti e in generale delle forme culturali non è stata particolarmente forte: a parte mosche bianche come Paratissima, la Regione e la Città di Torino lavorano abitualmente con grandi artisti affermati, con i quali magari non hanno problemi a finanziare anche progetti improbabili; nel nostro caso si trattava di un’iniziativa completamente autofinanziata, di promozione del territorio e ci saremmo aspettati di essere un po’più agevolati almeno dal punto di vista delle autorizzazioni, invece non abbiamo avuto alcun aiuto, anzi abbiamo dovuto superare molte criticità; speriamo che adesso abbiano capito le nostre intenzioni e la qualità dell’evento che abbiamo portato avanti. Da Ivrea, al contrario, siamo stati invitati: hanno visto quello che abbiamo fatto a Torino e ci hanno chiesto di portare questa manifestazione anche lì.

Forse perché Ivrea, ospitando da anni il Carnevale Storico, è più abituata agli eventi di socialità popolare?

In realtà la persona che mi ha invitato a Ivrea mi ha detto che è stanco di tornare a casa e trovare scritto sul cartello autostradale dell’uscita: “Ivrea – città dell’informatica”; è un po’anacronistico visto che è una cosa ormai morta da circa quarant’anni.

Però l’impegno di Olivetti era anche quello di promuovere la cultura in senso lato.

Esatto, ed è quello che cerchiamo di fare noi, ci sentiamo molto affini a questo concetto. Il nostro fine è quello di coinvolgere persone come noi e portarle a pensare a ciò che c’è dietro a uno scatto, a ragionare prima del clic.

Un modo per frenare la tendenza allo scatto compulsivo?

Sì, anche per evitare che la macchina fotografica o il cellulare diventino un filtro della realtà piuttosto che un arricchimento della realtà stessa. Lo scopo della Photo Marathon era proprio questo: costringevamo, per nove ore, ottocento persone a pensare a nove temi diversi; vi confessiamo che quando davamo i temi provavamo un piacere immenso, al pensiero che ci fossero ottocento persone in giro per Torino che pensavano e ragionavano. È arrivata gente dalla Slovenia, dall’Albania, oltre che da tutta Italia: sono venuti qui apposta per quell’evento e con la scusa della maratona si sono fermati a visitare la città, quindi è stata anche un’occasione di promozione del territorio. Considerato che si trattava della prima edizione e che il mezzo di promozione principale è stato il web, possiamo dire di essere molto soddisfatti dell’esito. Come la maratona di New York, che si è svolta qualche giorno fa, anche questo è un modo diverso di visitare una città: anche dietro al nostro evento c’è una premiazione, un’esposizione che si svolgerà l’8 gennaio al Palazzo della Regione in Piazza Castello, in una sala mostre bellissima che abbiamo ottenuto col sudore; saremo lì per 20 giorni con una mostra dei lavori premiati. Lo spirito della manifestazione, però, non è quello di essere premiati, ma di condividere, esattamente come alla maratona di New York, ed è questo lo spirito col quale vogliamo continuare a promuoverla.

Foto by StrayArt


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