#PIX – Fare arte con lo scotch? Si può! Ce lo racconta Mattia Maio


Le opere di Mattia Maio, in arte Moustache

Le opere di Mattia Maio, in arte Moustache

Mattia Maio, in arte Mustache, arriva a Paratissima 2013 con tre opere rappresentative di una tecnica originalissima e del tutto particolare che ha già attirato la curiosità di molti e che, come gli auguriamo noi di Artintine, lo porterà a numerosi successi. È un ragazzo giovane che arriva dalla Liguria, da Imperia più precisamente, e che, mentre si appresta a terminare gli studi all’Accademia Albertina di belle arti di Torino, pensa già a come muoversi per il suo futuro in campo artistico.

Ciao Mattia, io ho avuto la fortuna di assistere a una delle tue prime esposizioni e ho notato che qui a Paratissima hai portato molte meno opere di quante in realtà tu ne abbia realizzate: peccato!

Purtroppo da Paratissima mi hanno detto “tre lavori”, e quindi mi sono dovuto limitare, anche se, in caso contrario, con i ragazzi che mi hanno aiutato ad allestire avremmo anche preparato tutta la struttura apposita. Tra l’altro, quello che abbiamo usato per montare qui a Paratissima è tutto materiale di recupero, abbiamo fatto tutto noi con materiali che abbiamo trovato qui, è stato faticoso ma rende bene!

Perdonami se parto subito all’attacco con una domanda che ormai ti faranno tutti, ma ci serve per capire meglio in cosa consistono le tue opere, realizzate con dello scotch da pacchi: da cosa nasce la tua idea dello scotch?

Vuoi la versione ufficiale o quella ufficiosa?

Entrambe!

La versione ufficiale è che sono un genio! La versione ufficiosa è che dopo una serata “particolare” mi sono ritrovato la mattina successiva a scotchare delle finestre… è stata una cosa “drastica”, sì, non entro nei particolari della serata! e col sole la mattina dopo si vedeva poi che i vari strati di scotch sovrapposti avevano colori diversi, siccome le strisce erano tutte verticali e orizzontali, sembravano dei palazzi. Allora mi sono chiesto se fosse possibile fare un disegno vero e proprio, con le ombre e tutto quanto. Ci ho provato, ho chiesto al mio professore e mi ha detto “guarda, fallo, poi vediamo”. E da lì ho continuano a lavorare e lavorare fino a ottenere risultati.

Quindi non ti sei ispirato a nessuno, l’dea è venuta così…

No, esatto, però poi sono andato a cercare e ho scoperto che ci sono solo due persone al mondo che lavorano così, uno si chiama Mark Khaisman, ed è ucraino, e poi c’è Max Zorn, di Amsterdam. Però lavoriamo con tecniche diverse, perché alla fine io mi sono dovuto raccapezzare come potevo, visto che dovevo finire questo lavoro per l’accademia, quindi mi sono ingegnato, però ho visto le loro opere e mi sono accorto che usiamo tecniche completamente differenti.

Quindi, praticamente, ti sei inventato questa tecnica. Da cosa sei partito e come sei riuscito poi a ottenere risultati così sorprendenti?

Dapprima prendevo tavole di plexiglass molto piccole, perché pensavo che sul piccolo si lavorasse meglio: non è vero, mai! Ho iniziato a fare disegni semplici, ombreggiature di base, in bianco e nero, per capire se fosse possibile, sai tipo i poster? Perché l’effetto poi è proprio quello, la posterizzazione di Photoshop. E così ho iniziato piano piano ad aggiungere sempre più scale di grigio fino ad arrivare alla definizione che ho adesso.

Ha un nome questa tecnica?

Tape art.

Quanti anni sono che la usi?

Questo è il secondo anno.

E quanti lavori hai realizzato?

Tantissimi, però non le considero opere, sono più che altro esercizi.

Beh, dicevi che infatti l’hai inventata per un corso all’Accademia…

Sì, è un lavoro che ho proposto io al mio professore: non ero assolutamente capace a incidere, hai presente l’incisione su lastra? Ecco, io non sono proprio capace: rovino le tavole, sporco, rigo… Lo so, sembra strano, ma in quelle cose lì proprio non ce la faccio! E così ho cercato un modo per riuscire a mettere una pezza sui miei esami di grafica, al professore è piaciuto un sacco, io mi sono assicurato gli esami e adesso lavoro con questa tecnica.

Quanto tempo ti richiede all’incirca un’opera di dimensioni medie?

Dipende dalla voglia che ho, o anche da cosa ho in testa in quel momento: di solito è un lavoro che faccio quando sono stressatissimo, mi metto lì, non parlo con nessuno, mp3 nelle orecchie e faccio le mie cose, posso anche andare avanti per dieci ore. Se è un’opera di 50 per 50 magari non proprio dieci ore, però magare in due sedute di due giorni riesco a finirlo.

Fai dei bozzetti prima?

Sì, prima lo facevo, adesso non lo uso più

Vai a immaginazione?

Magari uso una foto, invece prima avevo proprio il bozzetto sotto, perché dovevo capire come funzionavano le ombreggiature, mi aiutava molto, e del resto senza non sarebbe stato possibile, non ero proprio in grado, era ancora tutto da scoprire!

Immagino che, essendoti inventato la tecnica, avrai fatto anche tanti esperimenti…

Sì, ho riempito un sacco di tavole solo di scotch per capire quanti strati servissero per il nero, per il grigio… Mi fa piacere che vi interessi così tanto il mio lavoro! E poi conta che, se visti in trasparenza con la luce solare, i lavori sono tutta un’altra cosa rispetto a come appaiono qui in esposizione retroilluminati con una luce artificiale: ogni volta che il sole cambia, cambia anche l’illuminazione che prendono i lavori, i colori, le luci…

E come soggetti? A cosa ti ispiri?

Per i primi lavori sono partito dalla ritrattistica, perché mi serviva qualcosa da riprodurre uguale, adesso che sono arrivato a un buon livello di definizione comincio a fare dei miei lavori su grandi dimensioni, magari 70×50, perché ho visto – e conta che questa è la prima esposizione che ho fatto – che posso fare di più, bisogna fare di più!

Hai mai pensato di accantonare questa tecnica e dedicarti ad altri materiali?

Abbandonarla totalmente no, perché mi piace troppo questo effetto di ombre, e infatti ho provato a riprodurlo con altri materiali. Adesso stavo pensando ai jeans, perché ci sono un sacco di gradazioni di grigio e secondo me tagliandoli si possono fare dei lavori così, ombreggiati. Avevo un sacco di idee per altri lavori, però questo qui dello scotch mi assorbe troppo, perché mi piace! Ho un sacco di idee per la testa, me le segno tutte… Tra i lavori precedenti avevo anche iniziato a fare incisione su vinile, una cosa davvero carina! Praticamente prendi il vinile, lo incidi con la punta secca. Prendo ovviamente dei vinili che nessuno ascolterebbe mai più, non so neanche come faccio a trovarli: bande tedesche che suonano la mazurka, cose così! Quando ho grattato, passo l’inchiostro e lo metto in una pressa, la cosa bella è che rimane inciso sul foglio anche il segno del vinile, quindi ogni vinile viene diverso!

Ma che meraviglia!

Eh sì, adesso devo un po’ affinare la tecnica, però mi piace usare le cose in modi diversi.

Plexiglass e scotch sono materiali poveri: come mai?

Fondamentalmente sono uno squattrinato, ho dovuto fare qualcosa che mi piaceva con quello che potevo permettermi, e così, colpi di fortuna e caso, è successo, sono quelle cose che nella vita vanno bene!

E per il futuro?

Per il momento voglio finire l’Accademia e poi andare via dall’Italia appena possibile, pensavo a Berlino. Ho un sacco di amici là e così penso che finirò là gli studi. Con l’inglese me la cavo, spero di giostrarmela con quello. E poi ho delle esposizioni in programma tra Torino e Imperia.

Finora quante esposizioni hai fatto?

Sono partito da Imperia, ho esposto a “I Sognatori” e alla “Libreria Ragazzi”, e poi in un sacco di bar qui a Torino, ora ho una mostra in programma in una vineria in via Nizza, dal 22 novembre. Avevo poi partecipato con un’installazione a un evento organizzato al Parco Dora con il MAU, Museo di Arte Urbana.

Beh, considerato che hai iniziato solo l’anno scorso e che ora sei a Paratissima, hai già fatto un sacco di strada! Come sei arrivato a Paratissima?

L’ho sempre frequentata, è una cosa che mi piace, e avendo quest’anno una cosa mia che adoro fare e so che può attirare curiosi, mi sono messo in gioco.

Come convinceresti qualcuno a venire a vedere le tue opere qui a Paratissima?

Sai che non lo so? Ma veramente! Essere lì a parlare con la gente è una cosa che mi dà fastidio, perché ti posso dare delle nozioni, ti dico come le realizzo e poi non voglio stare lì a dire di notare il contrasto di luce, o concetti così… è una cosa che se ti piace, ti piace, altrimenti no! Poi se vogliamo c’è tutta la poesia del momento in cui l’hai creato… Ed è per quello che vorrei passare a dei soggetti totalmente miei, ci sarebbe allora una motivazione dietro, potrei dirti perché venire a vedere i miei lavori, cosa c’è dietro.

Tra i contatti di questi giorni è uscito qualcosa di interessante?

Tanta gente simpatica, e poi scambi con gli artisti.

Cosa ne pensano delle tue opere?

La cosa bella è quando spiego che sono fatte in scotch. Perché stanno un po’ lì, poi vanno a leggere il cartellino e lo vedi lo sguardo! È una cosa bella e interessante da vedere, divertente!

Foto: StrayArt




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