#PIX – Da Cannes a Paratissima col cinema di Luca Brunetti


Luca Brunetti intervistato da Artintime

Luca Brunetti intervistato da Artintime

Con Luca Brunetti Artintime inaugura le interviste dedicate alla sezione cortometraggi di Paratissima 2013: Paravideo. Ma conosciamo meglio questo sceneggiatore-produttore torinese.

Ciao Luca, ci racconti qualcosa di te e di quello che fai?

Mi chiamo Luca Brunetti, ho 36 anni e sono di Torino. Qui a Paratissima presento un cortometraggio dal titolo “Felici e contenti” che ho scritto e prodotto. Sono laureato in scienze politiche, ma per cultura personale [ride N.d.R.], poi mi sono diplomato in film making alla New York Film Accademy a Los Angeles, ho seguito alcuni seminari di scrittura negli Stati Uniti e anche qui in Italia alla scuola Holden e all’Aiace. Ho sempre avuto la passione per il cinema sin da quando ero più giovane, poi quando cresci e maturi impari a scoprire un po’ qual è la tua strada. E così ho capito che la mia era la scrittura, e avvicinandomi alla scrittura poi mi sono avvicinato alla produzione, ma da un punto di vista pragmatico. Qua in Italia il mestiere dello sceneggiatore a livello di professione quasi non esiste, mentre in America c’è una suddivisione molto stretta dei ruoli. Qui il regista spesso è autore, o produttore, si fa tutto in casa. Dovendo dipendere da altri e scoprendo che le case di produzione difficilmente leggono e realizzano prodotti d’autore a meno che tu non abbia le spintarelle, ho detto vabbè, a questo punto, anche se è difficile e il cinema è l’arte del capitalismo quindi senza soldi non si va molto lontano, il mio approccio alla produzione è stato all’insegna della libertà creativa, del poter decidere che cosa fare.

E l’idea di questo cortometraggio?

Non sono mai stato molto propenso al cortometraggio perché so che ha poco mercato qui in Italia. Però, alla fine forse è la palestra obbligata per tutti. È arrivata quest’idea per la sceneggiatura del regista del film che si chiama Matteo Balzaretti, una sceneggiatura dietro cui ho visto un’idea, che in quel momento tra l’altro faceva parte del mio percorso perché stavo studiando e analizzando le fiabe. Lui è arrivato con quest’idea al momento giusto: l’ho letta, valutata e ho fatto la proposta non come interessato alla regia ma alla scrittura e alla produzione.

Quanto è stato lungo il lavoro?

Ho iniziato a riscrivere la sceneggiatura nel 2011, il lavoro finito è arrivato nel gennaio 2013, alla fine ci ho messo i tempi di un blockbuster hollywoodiano, ma sono un perfezionista, sono lungo nella fase di scrittura, ci tengo, e così ci ho messo 10 mesi a scriverlo, 15 riscritture, una settimana di riprese e poi ovviamente la parte più lunga è stata quella di postproduzione con tutti i problemi e inconvenienti del caso. A gennaio finalmente sono riuscito a concludere, è stato un lavoro a livello di tempo e di budget molto importante, siamo nell’ordine dei 20mila euro, una cosa importante, in tutto ci hanno lavorato tra pre e post produzione una quarantina di persone, ci siamo avvalsi della collaborazione della Film Commission, il patrocinio del Comune di Torino… Siamo riusciti a portare termine l’operazione insomma, con la colonna sonora scritta a Los Angeles da un amico che vive lì da due anni ed era uno dei membri dei furono Eiffel65, della produzione dietro. Siamo amici, ci conosciamo da una vita, lui mi ha proposto questa cosa e l’abbiamo fatta a distanza, poi è venuto a completare la fase di produzione qui a Torino.

Quando è uscito il corto?

L’abbiamo presentato ufficialmente la prima volta qui a Torino, al Cineporto con la Film Commission e siamo andati a Cannes a maggio allo shorting corner, che è una bella vetrina. È stato inviato almeno a una cinquantina di festival, in realtà senza molte risposte. Questa è una mia considerazione, ma credo sulla base delle critiche che ho ascoltato da gente che lo ha visto… Credo che sia stato male interpretato.

Per quale problema secondo te?

È un problema di come è affrontata la storia: il film è una fiaba nella quale si trattano due temi grossi che sono la scoperta dell’identità sessuale da parte degli adolescenti e i problemi che questa comporta, uno dei quali è la pedofilia. Il mio scopo era un’analisi dei significati della fiaba e dell’importanza dell’uso ancora oggi nell’uso della fiaba per i ragazzi. Avevo letto i libri di Propp sulla morfologia della fiaba e queste cose… Credo che molti abbiano compreso solo il significato esteriore che era quello legato alla pedofilia, il più chiaro, e secondo me il pensiero potrebbe essere stato “un tema così importante affrontato con leggerezza?”. Secondo me il film era profondo ma tutto giocato sulle metafore e i sottotesti che capisco di primo acchito non fossero così facili. Chi l’ha visto più di una volta è riuscito a cogliere cose che magari alla prima visione erano sfuggite, e siccome ai festival chi seleziona non ha tutto questo tempo, magari può essere mancata questa attenzione. Mancava forse quell’approccio un po’ di pancia. Io non amo molto il realismo e infatti ho giocato molto su questa cosa, era la mia chiave di lettura. Però per chi è abituato a un certo tipo di proposta, soprattutto nei festival, ha un panorama con un approccio molto legato alla documentaristica, cose più realistiche, temi affrontati nella maniera più reale, più schietta. Questo tipo di approccio secondo me a una prima visione dei selezionatori non ha pagato.

Come hai lavorato per questo corto?

Proprio perché non amo il cortometraggio e la sua costruzione, ho cercato di fare un film in miniatura, ovvero ho utilizzato i principi base dello storytelling, come se fosse un lungometraggio molto condensato, il film dura 20 minuti. Qualcuno ha detto che in questo mio desiderio di metterci detto tanta roba, in poco tempo, se la gente si perde anche solo un pezzetto, rischia di veder poi crollare tutto come nel gioco del domino. Anche questo nel circuito dei festival probabilmente non ha favorito, la visione veloce fa sì che se ti colpisce subito ok, altrimenti non hai tempo di vederlo una seconda volta.

E la distribuzione?

Per chiudere il percorso dei 12 mesi di vita del film sto aspettando la risposta del festival del cinema di Clermont-Ferrand che se vogliamo è il festival di cinema più importante legato ai cortometraggi, ha un grosso mercato, una grossa scelta, gli operatori che vanno lì guardano corti e probabilmente sono molto più concentrati su questi aspetti.

Cosa ti aspetti da Paratissma?

Per me è una vetrina, mi è stata proposta dagli organizzatori di Paravideo perché uno dei ragazzi è stato attore nel mio film. Conoscevo la situazione perché abito a Torino e conosco le manifestazioni e so che è una cosa molto importante. Questo è il primo anno della sezione Paravideo quindi nonostante tutti i difetti di una prima volta era una grossa opportunità di visibilità per il progetto e ci sono partner che curano la produzione in streaming sul web per il progetto. Per ora ho scelto di far finire il percorso in giro al film e non pubblicarlo ancora sul web, una volta finito, da febbraio in avanti ne discuterò col regista, ma sicuramente andrà in rete, le cose non bisogna tenerle solo per sé.

Ci racconti qualcosa della tua esperienza americana?

Premesso che è un’esperienza di più di 10 anni fa, ero ancora all’università e mi sono preso una sorta di anno sabbatico per fare questa esperienza, anche se non è stato facile. Il mio obiettivo era proprio di fare la scuola di cinema americana, ma all’epoca – eravamo ancora in lire – il rapporto dollaro-lire era sfavorevole, i costi dell’università sono altissime, ci sono poche borse di studio… Avevo valutato le varie scuole e sono arrivato qui, all’epoca era una delle poche scuole private che offrivano una tipologia di corsi che non erano i 4 anni dell’università ma cose anche di qualche mese. Mi sono detto che sì, sono americanofilo, amo il cinema americano, amo l’America, proviamo a fare questo tipo di esperienza. A livello umano è stato un’esperienza meravigliosa, poi vivere a Los Angeles… Lo senti proprio il profumo! Oltretutto la scuola era all’interno degli Universal Studios, quindi percepivi. Un aneddoto: nel periodo della scuola, l’ufficio di fianco alla scuola era la produzione di Ocean’s Eleven, ci è capitato un giorno di incontrare George Cloney e Steven Sorderbergh che si facevano una pausa caffè, è stato carino! Diciamo che vivere al meglio quel tipo di esperienza sarebbe significato continuare a stare lì, però avevo una sorta di patto con la mia famiglia per cui dovevo finire l’università e mi sembrava anche una cosa giusta. Non disdegno prima o poi di tornarci, vorrei incominciare a fare qualcosa qui in Italia e poi con quello muovermi, altrimenti saresti solo uno dei milioni tra mi emigranti. È un percorso un po’ in salita. Ho conosciuto persone che grazie alle nuove tecnologie sento ancora, viaggio spesso, sono spesso in America, un amico a Los Angeles, uno New York, uno Chicago. Da questo punto di vista è stata una bellissima esperienza che consiglio a tutti.

A un giovane ventenne che volesse diventare filmaker, cosa consigli?

Io nonostante tutto sono arrivato un po’ tardi, ma perché ho sempre creduto che è vero, è giusto quando hai vent’anni, io quando sono andato in America avevo 23 anni, ci si lancia con l’impeto e l’impulso, ma bisogna anche essere consapevoli dei propri limiti e delle proprie possibilità. Io all’epoca avevo la consapevolezza di non essere così pronto, di non avere quel qualcosa da dire che so di avere adesso, perché è un percorso in evoluzione. Di esperienze mie di scrittura no fatte tante, ho scritto 7 lungometraggi che sono tutti nel cassetto, non perché non voglia farle leggere, ma perché sono tutti esperimenti che ho fatto su me stesso per migliorarmi. Adesso da tre anni a questa parte ho la consapevolezza delle mie capacità e dei miei mezzi, ora mi posso mettere in gioco.

Progetti per il futuro?

Sto lavorando a un grande progetto imprenditoriale, il cinema italiano arranca, vorrei sperimentare strade alternative, ovviamente all’inizio nel piccolo. Ci sono esperienze edificanti nell’ultimo periodo da questo punto di vista, le nuove tecnologie, il web, le piattaforme… Ovvio che il prestigio di passare in sala è impagabile, ma pensandoci a livello economico la sala fa ricavare il 15-20%. Le piattaforme web non obbligano neanche più alla sala, posso anche permettermi di passare in streaming sul web, da questo punto di vista delle evoluzioni ci possono essere, ed è in questa direzione che sto lavorando.

E come scrittura?

Come scrittura sto lavorando a un nuovo progetto, basta corti, ne è bastato uno! Sto valutando un lungometraggio indipendente con un ragazzo che mi ha proposto questa collaborazione. Abbiamo gettato i primi semi, con l’inizio dell’anno dovremmo partire. E poi ho in progetto tre documentari. Io amo il cinema come forma di espressione comunicativa, amo la narrazione, ho anche scritto un libro pubblicato l’anno scorso. Amo la scrittura in tutti i suoi aspetti, ci sono modi e modi per raccontare storie e il cinema ha la sua peculiarità. Sto lavorando con un ragazzo per un fumetto su tablet, a un’applicazione che possa essere crossmediale. Perché se ti piace una storia non è detto che tu possa arrivare a fare un film, anche per motivi economici. Ecco, avevo questi progetti uno ambientato nella Cina degli anni trenta e uno nell’Egitto dell’ottocento nati come film, poi mi sono reso conto che sarebbero diventati impraticabili, e con una spesa decisamente molto più limitata rispetto a un lungometraggio sto cercando di sviluppare questi documentari.

Foto by Stray Art




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