Mi sa che fuori è primavera: un libro tradotto (una recensione anormale)


 

mi-sa-che-fuori-e-primaveraHo finito di leggere Mi sa che fuori è primavera in treno. Un viaggio lungo. Da Torino a Pompei. Oltre sette ore tra cambi e combinazioni varie. L’ho finito tra Parma e Reggio Emilia. Assai presto. Forse troppo. Poi ho fatto un lungo respiro seguito da un altrettanto lungo sospiro. E ho iniziato a riflettere. Alle storie che racconto ogni giorno, alle storie che leggo ogni giorno. E ho sorriso. Sì. In maniera quasi nascosta sia chiaro. Però l’ho fatto. Un sorriso strano. Pudico e ineluttabile.

Ho pensato al libro che avevo finito e che tenevo tra le mani. Alla storia di Irina. Anzi, alle storie di Irina. Il prima e il dopo. A Livia e ad Alessia. A Mathias e Luis. Ho ripensato agli articoli che avevo letto nei giornali, i servizi alla televisione e tutto quello che era stato detto su quella vicenda. Vaghi frammenti. Sparsi, opachi. Scomparse, tragedie. Un suicidio e  un mistero. Piccole reminiscenze sulla via della dimenticanza. E poi ho pensato all’autrice, Concita De Gregorio. Al peso, alla missione, alla cura, alla difficile narrazione di quello che le era stato affidato.

Intanto Bologna era ormai spalle. Dopo un cambio frettoloso. Un altro treno. Un freccia per un freccia. Giù per gli Appennini. Verso Firenze.

Di solito, quando si fa una recensione si cerca di inserire il libro all’interno di un genere, di una categoria. L’ordine rende più facile la comprensione. Almeno pare. Crea sicurezza nel lettore, gli dà le giuste coordinate per fidarsi di chi scrive. È importante suggerirgli lo spirito della vicenda, il tono del racconto, alcuni passi precisi, pezzi d’intreccio. Non troppo, non sia mai! Il giusto. Per solleticare. Ma da presunto lettore forte ho imparato che questi libri non hanno posto. Sfuggono ai cataloghi e spesso anche alle librerie. Sono delle grandi e difficili traduzioni. Rappresentazioni di una voce incapace di sostenersi da sola. Una voce che parla una lingua che non tutti possono comprendere. Concita De Gregorio è la traduttrice di una storia che la vita ha ingarbugliato. La vita, badate bene. Non la morte. Perché Irina è viva. Nonostante il dolore. Nonostante la presenza continua di un’assenza vorace. Nonostante le domande, i dubbi, i tormenti e una decisa determinazione. È viva grazie all’amore. Alla forza di amare. Alla volontà di essere amata. Guardo il panorama. Si legge sempre meglio se ci si siede accanto al finestrino.

Gallerie. Quelle tra Firenze e Roma. Un’infinità. Luce e ombra. Oblio e rinascita. Cielo e cemento. Giù veloci. verso Roma.

A me, lettore, arriva tutto tradotto, tutto mediato. Necessariamente filtrato. Ed è questa la condizione che devo accettare se voglio ascoltare la storia di Irina. Sì, perché a me non è concesso ascoltarla direttamente. Non conosco neanche una sfumatura di quella voce, cosa di cui dovrei, forse, rallegrarmi. Così ne ho accesso tramite un intermediario che è stato scelto e che, così delicatamente, ha reso tutto accessibile. Io che fin dalle prime righe avevo capito che non avrei fatto aperto bocca fino all’ultima pagina; che avrei proseguito senza quasi fermarmi, rispettando il pieno e il vuoto delle pagine, Tutti gli a capo, tutta la punteggiatura, tutti i dialoghi. E non ci sarei più tornato. Come una parentesi che si è aperta ma deve, per forza, chiudersi. Una regola a cui non si scappa. La gente che scende ora è tanta. Il treno riparte. Ultimo sforzo.

Roma è volata via. Sud. Napoli. Sole e aria di mare. Manca poco. 

Davanti a me avevo La Repubblica e Il Corriere della Sera. Chiusi, ancora intonsi. Ben piegati. Se non avessi finito il libro li avrei già divorati. Indignandomi per qualche parere e qualche refuso di troppo. Per qualche titolo forzato, qualche virgolettato dubbioso. E invece mi sono trovato a leggerli lentamente. Mi sono chiesto quali altre storie avrei presto dimenticato. Quali voci si sarebbero spente a breve nella mia memoria, nella corsa folle a cui mi spinge la vita. Chissà ancora quali e quanti traduttori, vestiti da giornalisti (e no), stanno per avere degli incontri speciali; chiacchierate in cui dovranno decidere se saranno in grado di custodire una voce, recuperarne la forza, il grido, la volontà e il desiderio di essere tradotta per essere regalata a me, a noi. Sospiro e poi respiro. Un suono. Mi desto. Chiudo il giornale.

Napoli. Devo scendere. Mi attende la circumvesuviana. A Pompei c’è una magnifica Tedx, oggi, sabato 20 giugno 2015. Il tema? Lo spettacolo della vita. Uno spettacolo vero. Anche grazie a un libro così. 




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