Maus: i topi celebrano l’Olocausto


Oggi ricorre il giorno della memoria e come ogni anno sorgono puntualmente le solite retoriche domande: si deve ricordare la Shoah, in tutta la sua violenza, crudezza e tragicità? Come è possibile farlo, senza offendere le vittime e falsare la storicità dei fatti?

imagesNon sappiamo se il fumettista Art Spiegelman si sia fatto queste medesime domande, ma sicuramente un grande lavoro di scavo e riflessione lo ha portato alla realizzazione della graphic novel Maus, pubblicata tra il 1973 e il 1991. L’Olocausto è entrato prepotentemente nella vita di Spiegelman poiché il padre Vladek, ebreo polacco, è sopravvissuto allo sterminio e proprio di questo ci racconta Maus, semplicemente una storia personale. Tutto qui? Assolutamente no, poiché la novità risiede nella modalità attraverso cui Spiegelman rappresenta la figura paterna e tutti i protagonisti della vicenda: i nazisti sono gatti, gli ebrei topi, gli americani cani, i polacchi maiali, i francesi rane, i russi orsi e gli svedesi renne. Questo processo allegorico e di animalizzazione non elimina certo la tragicità dei fatti, anzi li illumina di una luce nuova e penetrante, che rende ancor più concreta e bestiale la violenza.

L’opera è suddivisa in due parti: Mio padre sanguina storia – composta da 6 capitoli pubblicati per la prima volta nel 1986- e E qui sono cominciati i miei guai – composta da 5 capitoli pubblicati per la prima volta nel 1991;  la prima sezione illustra il rapido inasprimento delle condizioni di vita degli ebrei polacchi negli anni immediatamente precedenti allo scoppio della guerra, mentre la seconda fornisce un chiaro spaccato della vita dei deportati all’interno del campo di concentramento negli anni della guerra. Al filone narrativo principale si intreccia quello di Art, che intende narrare l’esperienza paterna, nonostante intrattenga col padre dispotico un rapporto difficile.

maus-2La narrazione prende avvio dal momento in cui Vladek, quando ancora giovane e spensierato viveva sereno a Sosnowiec, in Polonia, dove era andato per visitare la sua famiglia. Qui si innamora di Anja, giovane ragazza ebrea che conosce durante la sua permanenza. Nel frattempo però inizia la guerra e Vladek viene mandato al fronte dalle truppe nemiche. La vita diventa dura e si sopravvive di espediente, nascondigli, cibo al mercato nero e acquisti di stoffe senza tessera. Dopo lungo vagabondare alla ricerca di nascondigli sempre nuovi e sicuri, Vladek e Anja tentano di attraversare la frontiera per scampare al pericolo nazista. Traditi dagli stessi uomini che avevano chiesto denaro per farli arrivare in Ungheria, vengono intercettati e mandati entrambi al campo di concentramento di Auschwitz, dove Vladek trascorre un lungo periodo facendo lo stagnaio, poi il calzolaio ed infine quello che chiama lavoro sporco, i lavori pesanti, cercando sempre di aiutare il più possibile Anja.

Il filosofo Theodor Adorno aveva affermato che dopo Auschwitz era ormai impossibile fare arte o, meglio, farla come si era sempre fatto: etica ed estetica non potevano più procedere sullo stesso binario. Spiegelman invece risponde in maniera prepotentemente affermativa ed innovativa a questa impossibilità sostanziale, raccontando una storia che potrebbe essere simile a molte altre, ma utilizzando una modalità completamente diversa ed accattivante: “è una storia splendida: ti prende e non ti lascia più”, ha affermato Umberto Eco.




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