La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino: un successo internazionale


GrandeBellLocandinaUn viaggio a episodi nella Roma dei nostri tempi, una lirica scomposta e decadente sulle contraddizioni dell’intera Italia, l’esposizione di un mondo in cui le ideologie politiche si sono sciolte come un antidepressivo nell’acqua dei disillusi. Tutto questo è La Grande Bellezza, ultimo lavoro di Paolo Sorrentino, nelle sale italiane dallo scorso maggio.

Il film divide la critica. La stampa estera, infatti, lo acclama pressochè univocamente come ritratto dell’Italia moderna. Quella italiana, invece, persegue la condanna alla megalomania e al barocchismo sorrentiniani.
Del resto, Sorrentino (classe 1970) è cresciuto in un contesto internazionale ed è capace di muoversi in una pluralità di linguaggi e immagini. Nei suoi lavori, il regista partenopeo osserva costume e politica italiani con ironia, distacco e sagacia. Dei sei lungometraggi diretti dal 2001 ad ora (tra cui Il Divo e This Must Be the Place) cinque sono stati intercettati dal concorso del Festival di Cannes, termometro della cinematografia internazionale. E tra i cinque è compreso anche quest’ultimo, a cui auguriamo di essere selezionato in gennaio per rappresentare l’Italia agli Oscar 2014.

Grazie alle sapienti scelte registiche, nel film la telecamera scorre vellutata sui corpi e sui paesaggi romani, regalando un suggestivo mosaico di episodi. La struttura scomposta omaggia i capolavori di Fellini e Antonioni, riadattati in chiave moderna e testimoni di nuove decadenze esistenziali. Grazie alla magistrale collaborazione tra Sorrentino e Luca Bigazzi, direttore della fotografia, non c’è immagine che vada sprecata, che non venga accompagnata da un senso di pienezza assoluta. E così sono i dialoghi, pregni di significato ed ironia, capaci di creare un’inevitabile empatia per il protagonista, scrittore e giornalista blasé, re dei mondani della Roma dei nostri tempi. Su tutto, infatti, c’è lui: Jep Gambardella. Jep, che vive ancora di rendita per l’unico libro scritto in gioventù, è un flaneur in crisi artistica che contempla il mondo romano dalla singolare posizione di “re dei mondani”. La sua presentazione dunque non poteva che essere magistrale. Dopo minuti di visioni parossistiche, faccioni allucinati e movenze surreali durante una triviale e infervorata festa, lo slow motion lascia emergere lui, che “era destinato alla sensibilità, era destinato a diventare uno scrittore, era destinato a diventare Jep Gambardella”. Ad interpretare il ruolo del protagonista nel film di Sorrentino è ancora il suo attore feticcio, Toni Servillo, di cui il regista ormai sa esaltare ogni singolo solco del viso, ogni microespressione e ogni movenza.

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Jep è inserito in un mondo in cui contraddizioni profondissime coesistono. Proust e Ammaniti, ex soubrette in totale disfacimento psicofisico e suore pronte a diventare sante, musica sacra e becero disk joking nostrano. In mezzo a queste abissali incongruenze sta lui, Jep, ago che cuce le contraddizioni emettendo giudizi dolorosamente veri sulla vacuità in cui sono sprofondate certe esistenze dopo il crollo delle ideologie. Jep è infatti circondato da persone autoilluse, dedite a fedi vacue: l’artista che si spacca la testa contro il muro vive di vibrazioni senza sapere esattamente cosa siano, la scrittrice d’impegno civile è rinchiusa in un matrimonio fallito e in un lavoro televisivo mortificante, l’aspirante regista teatrale (Carlo Verdone), dopo quarant’anni di tentativi è capace solo di recitare un monologo di fronte a uno sparuto pubblico. Gli unici sprazzi di cruda autenticità provengono da una spogliarellista (Sabrina Ferilli), il cui pragmatismo spiccio rimanda Jep a un mondo di cose semplici, e dalla suora quasi santa, che gli ricorda il valore delle cose importanti.

Jep sembra condannato a non poter vivere una vita autentica e semplice, per la quale però nutre una profonda fascinazione. Spesso ricorda l’amore di gioventù consumato ai piedi di un faro, in un luogo e in un tempo altri da quelli in cui si trova. Ed è su quel ricordo che la narrazione si conclude e Jep ritrova l’ispirazione per un romanzo sulla mondanità romana, in un finale/inizio di proustiana memoria.




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