La crisi greca vista da Deflorian/Tagliarini


ce-ne-andiamo-877x580“Abbiamo avuto un problema, non siamo pronti. Non lo facciamo più lo spettacolo”: un inizio spiazzante per l’ultimo lavoro di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni.

Tutto inizia dal messaggio lasciato su un biglietto da quattro pensionate greche suicide, che decidono di togliersi la vita per non essere di peso a una società profondamente in crisi. Questo è solo un pretesto per indagare temi e campi più complessi e profondi, che affrontano da vicino la dimensione attoriale e della possibilità/volontà di rappresentare. Pirandellianamente, i quattro attori in scena si chiedono come sia possibile rappresentare la realtà che preme dall’esterno, il tappezziere che ormai non toglie neppure la protezione di plastica alla sua macchina da cucire, il rumore delle serrande abbassate in un’Atene in rivolta.

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Molte le domande che Deflorian e Tagliarini pongono a se stessi e al pubblico insieme, coinvolto nella dinamica recitativa, con un netto abbattimento della quarta parete. Oscillando tra Pirandello e Majakovskij, si tenta di capire come sia rappresentabile la crisi e come l’attore ne resti inevitabilmente invischiato e coinvolto, andando la sfera pubblica a convogliare con quella privata.

Allora, ecco l’idea: rappresentare i cinque minuti dopo che le quattro donne hanno ingerito il cocktail che le toglierà per sempre dalla società. I quattro attori si travestono con abiti e parrucche neri e in un misto tra dolore e ilarità scompaiono verso il fondo del palco, nero su nero, sparendo come se nessuno se ne accorgesse. Per non dare altre preoccupazioni. 

La vicenda, liberamente tratta dal romanzo L’esattore di Petros Markaris, è solo un aggancio a una realtà sociopolitica che ha forti ricadute nella sfera dell’umano e del sentimentale. In tutto questo, l’attore che parte prende? Da che parte si schiera? E’ necessario che si schieri? Verrebbe da dire: ai posteri l’ardua sentenza.




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