Il progetto “6Bianca”: così la serialità televisiva stravolge il teatro canonico


02_6BIANCA_Foto di Serena Serrani_DSC6821-kjID-U10401906493279EQ-700x394@LaStampa.it

«L’impulso artistico alla base di 6Bianca coincide con l’emersione in America, e con la diffusione in molti altri paesi, della serialità televisiva quale forma d’arte». Questa è la premessa che ha guidato Stephen Amidon (e i suoi collaboratori della Scuola Holden) nella stesura di uno spettacolo realmente sperimentale, diviso in sei puntate, ospitato attualmente al Teatro Gobetti di Torino.

Fargo, True detective, Breaking Bad, House of Cards: prodotti di successo del tubo catodico ma punti di riferimento insoliti per chi si approccia alla stesura di un testo scenico. Eppure è proprio per questo che 6Bianca, diretta da Serena Sinigaglia, ha attratto la curiosità di un pubblico numeroso e variegato, affascinato da un linguaggio diverso, originale. Uno spettacolo che porta con sé un carico notevole di aspettative, una promessa di vera novità. E nei primi due episodi questa scrittura non comune si è manifestata con estrema efficacia, accompagnata da scelte visivamente e sonoramente impattanti. La sceneggiatura, attraverso lo sviluppo di dialoghi serrati, ha spostato il baricentro dell’attenzione di chi guarda: una scrittura spezzata, giocata sui rapporti tra i personaggi, misurata oltremodo nelle rivelazioni e nello sviluppo della storia. La scenografia, distrutta e ricostruita dagli stessi attori in scena, parla quasi quanto essi; uno spazio che si esprime tramite un linguaggio metaforico che si rivolge direttamente allo spettatore, metamorfizzando la propria natura e adattandosi alle molteplici “inquadrature” che non possono essere unite da operazioni di montaggio cinematografico.

La storia e i personaggi

«6Bianca è la storia di una famiglia, di un patrimonio, di una morte sconcertante, di un passato nascosto, di un segreto che si credeva di poter dimenticare per sempre». Tutto nasce dal suicidio di Bianca, rappresentato in scena con una crudezza degna di nota, adorata ma problematica figlia dell’affarista Amedeo Ferraris. Quest’ultimo è il re di un impero finanziario costruito su un passato misterioso e inquietante, che emerge lentamente con il progredire del racconto. Intorno a Bianca e Amedeo si muovono altri 5 personaggi, tutti legati fra loro da rapporti leciti e meno leciti, palesi e nascosti: Luna, l’amica-coinquilina, dipendente dalla droga (una ltro riferimento non casuale a “Bianca”) e amante di Amedeo; Giulia, moglie di questi e matrigna di Bianca; Paolo, assistente di Amedeo e amante di Bianca; Darko, pusher di Luna, amico di Bianca e nemesi occulta di Amedeo; Massimo, padre di Luna ed ex-dipendente di Amedeo.

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Colpa o innocenza

Ma chi ha spinto Bianca a compiere un gesto così estremo? Questa è l’ossessione che ottenebra la mente di Amedeo e ne guida i comportamenti in scena. Perché sua figlia non può aver compiuto un gesto così forte da sola, senza che nessuno l’abbia spinta a farlo. Nonostante un passato turbolento, l’assunzione di medicinali, un umore altalenante. E lo spettatore inizialmente viene condotto in questa indagine disperata, almeno fino a che non iniziano a spuntare fuori le azioni, le parole, i gesti, il passato, i rapporti dei personaggi. La ricerca allora, agli occhi di chi guarda, si ribalta: in questa storia c’è qualcuno che può dirsi innocente? C’è qualcuno che sente di non aver nessun coinvolgimento nella morte della ragazza? C’è qualcuno che non si sente in colpa?

Ed ogni episodio, dedicato a un personaggio, sembra escludere questa possibilità. Una conferma che arriva dalla presenza della stessa Bianca che appare (“mi hai pensato intensamente ed eccomi qui”) al malcapitato protagonista di turno, svelando passati torbidi e accusandolo di essere il mandante del suo suicidio. Una proiezione di coscienza che tutto aggroviglia, confonde, rimescola. La molla vera che guida la narrazione e che rimanda, alimentando il desiderio di conoscenza, all’episodio successivo.

In scena, fino ad ora, sono stati portati due episodi. Il primo, dedicato ad Amedeo, ha certamente colpito maggiormente: la partenza a mille con scene emotivamente forti; la potenza espressiva di un linguaggio che si esprime con toni alti, quasi urlanti; la scenografia cupa, piena di detriti e segnata dal bianco della calce, del gesso, della polvere che domina su tutto, cospargendo anche gli attori (che diventano un tutt’uno con l’ambiente). Il secondo, dedicato a Luna, è risultato essere più lento, psicologico, il cui schema narrativo è apparso leggermente troppo ripetitivo per lo spettatore che abbia già colto quello generale. Un episodio che ha uan natura di transizione, per far avanzare la storia e indagare la natura di un personaggio non centrale ma rivelatore (espediente usato lungamente all’interno delle serie tv).

In conclusione

Per quello che si è visto, almeno per ora, la sfida di Amidon e della Scuola Holden pare vincente. La sperimentazione estrema, di un testo solido e coerente, mantiene la promessa di una proposta diversa, televisiva, seriale. Non si tratta di un capolavoro ma di un onesto tentativo di portare a teatro una forma espressiva diversa, rivolta magari ad un pubblico meno classico e più giovane. Insomma, una narrazione da non proporre ai puristi del mezzo ma da consigliare a chi ha una mentalità abbastanza aperta per apprezzare un testo che vuole aprire una nuova strada in un mondo che da troppo tempo ha bisogno di un vento di cambiamento.




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