Il meglio del 33° Torino Film Festival


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Keeper

Con l’annuncio dei premi ufficiali e collaterali  si è conclusa la 33° edizione del Torino Film Festival, evento imperdibile per gli amanti del buon cinema e per gli addetti ai lavori. A trionfare è Keeper, film belga che racconta la storia di una gravidanza indesiderata dal punto di vista del padre quindicenne Maxime. Al regista Guillame Senze, dunque, va il premio come miglior pellicola; miglior attrice è l’argentina Dolores Fonzi, premiata per la sua interpretazione in La Patota di Santiago Mitre. Karim Leklou vince come miglior attore per il film Coup de Chaud di Raphaël Jacoulot, il film francese conquista anche il premio del pubblico. A pari merito per la miglior sceneggiatura Simple Goodbye di Degena Yun (Cina, 2015) e Opladora De Hojas di Alejandro Iglesias Mendizábal (Messico, 2015).

 Un successo anche per ciò che riguarda gli incassi, in crescita rispetto all’anno scorso grazie soprattutto alle numerose vendite dei biglietti ridotti per gli under 26. Il TFF si conferma un festival per giovani, solido e incoraggiante, una realtà dove la sostanza si sostituisce al glamour fine a se stesso. 

tffA partire dalla giuria, quest’anno presieduta da Valerio Mastrandrea, che annovera ben tre registi stranieri under 40: Corin Hardy pluripremiato regista inglese di video musicali e film horror (che a Torino porta non solo se stesso ma anche la sua opera più recente The Hallow), Jan Ole Gerster vincitore di sei Lola Awards (gli Oscar tedeschi) con il suo primo lungometraggio Oh Boy: un caffè a Berlino (2012) e Josephine Decker attrice e regista inglese, classe 1981, già omaggiata dal festival lo scorso anno. A chiudere l’outsider Marco Cazzato, celebre illustratore.

La forte presenza britannica è un elemento innegabile in questa edizione, al regista-documentarista inglese Julien Temple è stata data la nomina di guest director e libera espressione nella sezione “Questioni di vita o di morte”: 6 pellicole, tra cui grandi classici come La Belle et la Bête di Cocteau e Il settimo sigillo di Bergman, e due sue opere personali che esorcizano la morte.

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Oil City Confidential, Julien Temple

La festa di apertura con la premiere italiana di Suffragette lasciava già intuire che lo stile anglosassone avrebbe dominato nelle sale torinesi. La sezione “Festa Mobile” è, infatti, un tripudio di produzioni made in UK: gradevolissimo The Lady in the Van con una strepitosa Maggie Smith, commedia carica di humor sottile e politeness; caustico e di forte impatto visivo l’adattamento del romanzo di J.G. Ballard Il Condominio (1975), High Rise, il cast stellare (Tom Hiddleston, Jeremy Irons, Sienna Miller, James Purefoy, Elisabeth Moss) mette in scena una allegoria della scalata sociale dal finale apocalittico più che mai d’attualità; Just Jim è invece il ritratto di un adolescente inglese disadattato, respinto dai suoi pari che cerca il riscatto seguendo i consigli di un misterioso e carismatico vicino di casa americano fino a perdere se stesso. Il protagonista nonchè regista è il 24enne Craig Roberts, noto per Submarine ma da anni dietro la macchina da presa in numerosi video-clip e non solo. Poetico e commovente Brooklyn (in Italia nelle sale a febbraio 2016) storia d’amore e di immigrazione tra l’Irlanda e l’America degli anni ’50, in cui una soave Saoirse Ronan recita la parte che potrebbe candidarla all’Oscar.

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Brooklyn

Da menzionare inoltre il bell’esperimento targato USA,  Sean Baker stupisce con Tangerine, interamente girato con un iPhone 5s (anzi 3 per essere corretti), racconta la storia di Sin-Dee che, appena rilasciata dopo un periodo in prigione, si imbarca in una spedizione punitiva nei confronti del fidanzato fedifrago. Tra transgender, papponi e tassisti innamorati, la vigilia di Natale a LA ha tutto un altro sapore.

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Robert Redford in Borsalino City

Sul fronte italiano delude La felicità è un sistema complesso che si perde in virtuosismi a se stanti, unico guizzo vitale la performance di Mastrandrea, che regala slanci comici come se piovesse. Incuriosice il documentario Borsalino City, che partendo dalla lettera che Robert Redford scrisse a uno degli eredi della famiglia Borsalino per richiedere il capello indossato da Mastroianni in 8 1/2 vuole indagare l’incontro tra il sogno di un imprenditore partito dal nulla e la grande industria dei desideri che è il cinema del 20° secolo. Dal locale all’universale, da Alessandria a Hollywood ecco la storia dell’iconico cappello e della famiglia che voleva solo “fare bene”.

 




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