Il conflitto israelo-palestinese nella danza di Zaides


Archive-_5©Jean-Couturier Il coregorafo israeliano Arkadi Zaides sale sul palco e si presenta. Presenta se stesso e il suo lavoro. Sugli schermi scorrono le immagini del B’Tselem Camera Project: dal 2007 il Centro di Informazione Israeliano per i Diritti Umani nei territori occupati ha distribuito videocamere ai palestinesi che vivono nelle zone dove il conflitto è più alto.

Le immagini raccontano la violenza e l’orrore che la guerra scrive sui corpi, sui volti e negli sguardi di chi la subisce e di chi la combatte. Il corpo stesso diventa campo di guerra. Urla, sparatorie, pianti e lacrime riecheggiano nella sala, interrotti soltanto dalle pause che Zaides stesso inserisce tra una proiezione e l’altra.

ArchiveCroppedCon i suoi movimenti apollinei e dionisiaci, lineari e disconnessi al tempo stesso il coreografo entra nelle immagini, ne diventa parte e le fa rivivere davanti agli occhi degli spettatori. La sua è una danza a tratti disperata che cerca un canale di comunicazione e di espressione con il conflitto e la violenza. Il suo corpo si fa parola e messaggero della sofferenza e del disagio vissuti dagli uomini, dalle donne e dai bambini delle immagini. Una violenza che Zaides conosce molto bene e sulla quale ha avuto modo di riflettere abitando egli stesso da anni a Tel Aviv.

Uno spettacolo dove la violenza e il conflitto non restano confinati nelle immagini, che se vogliamo, potremmo vedere al telegiornale o in rete, ma fa entrare lo spettatore fisicamente e mentalmente in un universo di disumanità e irrazionalità, di cui l’uomo è consapevole troppe poche volte.




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