I Racconti Partigiani “senza tempo” di Giacomo Verri


10929196_447665822058772_8984443139832027273_nIl primo pensiero che m’attraversa dopo aver letto Racconti Partigiani (Edizioni Biblioteca dell’immagine, 2015) è che si tratti di un piccolo libro senza coordinate temporali. È un controsenso, lo so. Apparentemente non c’è nulla di più radicato nella Storia, quella vera, delle storie che vi sono raccontate. Ma la sensazione che mi ha lasciato (e che ancora mi pervade) è proprio questa. Un tempo preciso, sì, ma senza etichette o bandierine su mappe, pagine web, dorsi cartacei. E tutto questo nonostante oggi si festeggi il settantesimo anniversario della Resistenza; nonostante in quei racconti ci siano date, numeri, accadimenti storici facilmente collocabili nella cronologia, a volte tragica, dell’uomo novecentesco.

Bevvi tanto, mangiai anche di più, senza la paura di uscirne rintronato e con la pancia soda, pesante e inadatta all’azione come invece capitava prima. Raccontammo un’infinita di storie che sapevamo a memoria. Io le dicevo senza quasi pensarci, e intanto cercavo una volta di più la mano della mia Dora. Poi facemmo l’amore, infinito e liberatorio. E forse fu ancora peggio perché dopo mi sembrava che davvero non restasse niente. presi l’uscio e mi appoggiai alla porta del ballatoio. Lasciai socchiuso. Voltandomi, di tratto in tratto, vedevo gatteggiare gli occhi di lei nel buio: mi cercava. E io cercavo di capire che cosa avremmo fatto col sole nuovo.

Ma più ci penso e più ne sono convinto: quei frammenti non appartengono a nessuna epoca. Sono privi di lacci storici e non hanno nessuna intenzione di rimanere seduti al posto che gli viene assegnato. Come ad una cena di gala in cui si è ospiti ma non ci sente mai a proprio agio. Dove tutto sembra perfetto ma in realtà il corpo prude d’insofferenza e scomodità. Dove ci sono troppe posate rispetto alle portate previste. Dove tutto sembra essere collocato al posto giusto ma per suonare una musica profondamente disarmonica.

url-2Il merito è dell’autore, Giacomo Verri, e della voce, polifonica e eterogenea, dei suoi personaggi. Sì, perché quello che emerge dai racconti è un coro. Non melodico, ma fatto di voci singole che cantano la medesima canzone da posti diversi e con tonalità, d’età e illusione, differenti. E pur guardando lo stesso spartito, ognuno racconta una storia diversa; strofe che rimandano allo stesso ritornello ma che s’allungano o si ridimensionano a piacimento; un ritornello che travalica capodanni e festività, superando anni, lustri e decenni. Canzoni recitate, e accompagnate da strumenti capaci di note simili ma mai uguali, che sono accomunate da un ritmo battente di vita. Una vita che trova linfa nel ricordo delle morti e del passato.

Piazzano la mitragliatrice e tengono pronti nelle mani i moschetti ormai caldi. C’è un secondo di silenzio, e poi un grido che chiede la resa. Nessuno risponde. La tensione si gonfia velocemente, come le ghiandole della rana, e infine scoppia in schianti di bombe che hanno l’aria di voler fracassare a breve scadenza il genere umano. 

E queste voci non sono solo umane. Tutt’altro. Parlano le mitragliatrici, i fucili e le sigarette. Parlano i coltelli, le corde e i corsi d’acqua. Urlano i corpi, privi di suono alfabetico, che si toccano e s’uniscono, poi cascano, penzolano, si piegano per separarsi definitivamente da qualcosa che tuttavia è destinato a rimanere. Almeno nei cuori di chi è rimasto accanto, nelle penne di chi ne scrive, negli occhi di chi legge.

fenoglio_R400Allora, forse, esiste un tempo in questo libro. L’unico che, forse, mi sembra di percepire. Èd è quello della fretta, dell’urgenza, della volontà di poter rimanere nei pensieri (e forse nelle coscienze) anche dopo una fine che s’appresta a manifestarsi. Il lettore è invaso dall’odore di paura che impregna queste esistenze: non una paura di vivere, si badi bene, ma di disperata speranza; una paura che tutto questo sacrificio immane si perda tra nomi sbiaditi e rapporti generazionali distratti, pur essendo consequenziali. Rapporti che mescolano il sangue ma rifiutano d’immergersi in esperienze e comuni sofferenze. Almeno all’apparenza. Perché tutto si scioglie nell’entrarvi e nel chiudersi la porta alle spalle.

Insomma, avrei potuto parlarvi di Don Gianni, di Jacopo, di Claudia e Sebastiano, di Angelino, Enrico e Urlo, di Desiderio, di Boezio e di tutti gli altri personaggi, grandi e piccoli, che popolano i Racconti Partigiani. Così come avrei potuto parlarvi del sottofondo letterario che soggiace come pavimento narrativo: da Fenoglio a Calvino passando per Rigoni Stern ed Hemingway. Ma tutte queste storie, a mio parere, sono esempi di quell’eco che oggi, e che ogni 25 aprile, possiamo ascoltare intorno a noi, se solo aprissimo le orecchie e ci dimenticassimo del tempo e delle sue regole. Verri ha il merito di aver dato loro una voce, attraverso il suo stile inusuale, moderno e antico allo stesso tempo (il verbo “acculare” è una piccola chicca che rimarrà nella mia mente per un po’). Il merito di aver restituito quell’autentico sentire che appartiene, a pelle, ad un contesto storico preciso ma che è anche capace, universalmente, di raccontare chi siamo stati, chi siamo e chi saremo un domani.

88813c9488a8169d45820e8c1ef844da_w250_h_mw_mh_cs_cx_cyNota a margine

Coraggiosa, ma ben riuscita, l’appendice finale con l’intervista “impossibile” a Beppe Fenoglio. Divertente ma ben centrata sulla personalità di uno scrittore che sarebbe bene rileggere almeno una volta l’anno. Un’intervista che si rifà a un modello nato all’interno di Radio Rai che ho amato profondamente e che consiglio a tutti (il volume che racchiude tutte le interviste fatte è a cura di Lorenzo Pavolini, un vero piccolo gioiello da conservare gelosamente nella propria libreria).




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