Foto e fotogrammi per non dimenticare


Fotogrammi, sono numerosissimi quelli che il cinema internazionale ha scelto di dedicare alla Shoah, all’olocausto, frammenti di memoria, realizzati per non dimenticare. Un cappottino rosso, treni stracolmi di gente, persone costrette a camminare per chilometri nella neve, a spostare oggetti pesantissimi, persone uccise, rinchiuse in infermeria…

La cinematografia ha raccontato storie di uomini e donne vissuti nei campi di concentramento, ha dato voce alle loro vicende e ha denunciato i soprusi e le violenze da loro subiti. Testimonianze che i registi hanno raccolto e che hanno portato sul grande schermo per dire al pubblico quello che per molti anni è stato nascosto al mondo, per mostrare quelle orride pagine di Storia che sono parte della vergogna del popolo umano. Eppure, nonostante le prove siano numerose, evidenti e chiaramente inconfutabili, c’è ancora chi non crede, chi dice che tutto questo non è mai accaduto, che è finzione, è tutto costruito.

Fin dai primi anni di scuola le maestre e poi i professori hanno sempre cercato di sensibilizzarci sulla questione dell’olocausto, quando si è piccoli ovviamente le cose vengono raccontate in modo addolcito, man mano che si cresce si prende coscienza di quanto accaduto e diviene normale porsi delle domande e chiedersi il perché.

In rispetto della memoria di chi è morto ad Aushwitz

In rispetto della memoria di chi è morto ad Aushwitz

Posso dire che oltre ai libri di storia, il cinema, attraverso i suoi fotogrammi, mi ha aiutato a comprendere a vedere con più chiarezza queste storie. Sono numerosi i film che hanno costruito il mio patrimonio cinematografico connesso alla giornata della memoria; questa settimana sulla pagina Facebook di ArtInTime ho provato a citarne alcuni, a discapito di molti e molti altri. Potrei farvi un elenco, ma forse sarebbe cosa troppo banale. Scelgo quindi un percorso alternativo che trae origine dalla mia visita ai campi di concentramento di Auschwitz e Birkenau, per raccontarvi le mie riflessioni sulla Giornata della Memoria.

Molti dei registi che hanno realizzato film sulla strage degli ebrei hanno visitato i campi e hanno parlato con i testimoni di questa strage, i sopravvissuti, quelle persone che hanno fatto della testimonianza la loro ragione di vita. La prima cosa che colpisce nella visita ai campi di concentramento è una caratteristica che ormai non appartiene più al medium cinematografico da anni: il silenzio. Sono migliaia i turisti che affollano ogni giorno i campi, ma nessuno di loro parla, sono tutti in ascolto della guida, che parla ai gruppi attraverso un microfono e questi ascoltano mediante le  cuffie. L’unico suono che accompagna la visita è quello prodotto dai piedi delle persone sulla ghiaia che ricopre le vie di Aushwitz e Birkenau. È difficile fotografare, io stessa ho cominciato all’inizio del percorso e poi ho spento la macchina fotografica. Dopo pochi minuti dall’inizio della visita mi sono chiesta come è possibile fotografare questi luoghi? È davvero difficile non farsi colpire da un senso di vuoto, di disgusto.

Prima foto rubata - Persone nel bosco delle betulle

Prima foto rubata – Persone nel bosco delle betulle

Mentre camminavo per le strade di Auschwitz rivedevo quei film, mi sentivo il protagonista de Il pianista, di Polanski quando ripercorre le vie di una Varsavia deserta e distrutta, avvolta nel silenzio. Rivedevo quelle scene dove le folle venivano accompagnate nelle camere a gas come in Schindler’s List di Spielberg, La tregua di Francesco Rosi e La vita è bella di Roberto Benigni. Penso che dobbiamo dire grazie a questi registi che hanno voluto creare questi prodotti di finzione per raccontare questo orrore. Tutte storie costruite su racconti, nate grazie all’apertura dei campi, all’arrivo dei Russi, degli Americani. Ma esistono testimonianze cinematografiche o comunque prodotte da un medium durante questi anni?

Lungo il percorso della visita ad Auschwitz a un certo punto vengono mostrate due foto, due immagini che io definirei “immagini dell’orrore”. Sono fotografie che ritraggono la strage, sono scatti rubati, coraggiosi, scene della vita dei campi di concentramento, che raccontano in modo veritiero e senza filtri quello che accadeva realmente là dentro. Vediamo donne e uomini spogliati nel bosco delle betulle, stanno per essere condotti a morte certa. 

Seconda foto rubata - Da una baracca

Seconda foto rubata – Da una baracca

Di fronte a questi scatti, che qui ripropongo, si percepisce il vuoto, il silenzio diventa ancora più intenso e il turista diviene spettatore di una strage, vede con gli stessi occhi di quel testimone e si ritrova faccia a faccia con una testimonianza visiva. La potenza delle immagini riesce a colpire chi le guarda, perché esse nella loro imperfezione ci dicono quanto quell’uomo ha rischiato durante lo scatto, ma ci dicono anche quanto fosse importante per lui e soprattutto necessario testimoniare. Fino a qualche anno fa il fotogramma che per me rappresentava la Giornata della memoria era quel cappottino rosso di Spielberg, dopo la visita ai campi di sterminio è questo, è la testimonianza vera, diretta, che in quel momento era una richiesta di aiuto, e oggi urla all’umanità: “Tutto questo non deve più succedere”

Che sia attraverso il cinema, o attraverso i libri, o la visita a questi luoghi, l’importante è ricordarsi di testimoniare, affinché la Storia non si macchi ancora di sangue innocente.

Nota per il lettore: Ho scelto di inserire in questo articolo alcuni dei pochissimi scatti che ho fatto durante la visita ad Auschwitz e Birkenau. Non sono una fotografa professionista, so che queste fotografie non hanno un valore estetico, ma esse rappresentano per me la mia forma di testimonianza, il mio modo per raccontare a voi quanto ho visto. 

 




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