Ezio Mauro racconta la tragedia della Thyssen (ed è molto più di un reading)


Rosso come il sangue e rosso come il fuoco. Non è difficile trovare un colore per descrivere la tragedia della ThyssenKrupp, avvenuta tra il 5 e il 6 dicembre del 2007, a Torino. Una tragedia che si è portata via sette uomini, sette storie invisibili, solo accennate per qualche settimana sui giornali e poi dimenticate dalla folle corsa di un tempo sempre più smemorato.

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Thyssen Opera Sonora

Rosso come una certa appartenenza politica e rosso come un segnale d’allarme, di notte, nello stabilimento del polo industriale tedesco in terra piemontese. Rossi sono anche gli estintori che, in quella notte maledetta, non funzionano, lasciando consumare i corpi degli operai della squadra cinque, in un turno di lavoro come tanti altri.

Ed è proprio per combattere la forza cancellante dell’oblio che è nata “Thyssen Opera Sonora”, un reading musicale scritto da Ezio Mauro, giornalista e attuale direttore de La Repubblica, portato in scena al Teatro Regio di Torino durante la giornata inaugurale della Biennale Democrazia. Un reading che trattiene voci, diffonde suoni, cattura ombre. La musica, elettronica nel momento del racconto e delicata nel momento del ricordo, avvolge tutta la sala, piena, del teatro torinese. Fa a gara con i rumori onomatopeici che martellano la testa, con le luci che si spostano, capitolo dopo capitolo, creando sagome sulla scena e sui lati della platea.

Sì, perché accanto alle parole, è l’atmosfera a portare l’ascoltatore dentro la storia. Sono i respiri spezzati di chi non c’è più; il sordo lavorio delle macchine che plasmano l’acciaio; il battito accelerato di una voce che risponde a una telefonata e che cerca di sostenere altre voci, in caduta libera verso un futuro di solitudine e mancanza. Musica, rumore, suono, luce, colore. Tutto sorregge e sostiene la forza delle parole (grazie anche al musicista Alberto Fiori e al regista Pietro Babina).

Fonte: www.repubblica.it

Fonte: www.repubblica.it

Le parole non bastano

Il giornalista è lì. Sceglie di fare il suo mestiere e di raccontare, con la sua voce, i fatti. Il suo è un interludio continuo, che quasi mai abbandona il suo tono oggettivo, che lega le voci, non tutte in scena ma udibili ugualmente, dei veri protagonisti: i sette morti, Antonio Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino; i sopravvissuti, le mogli, le compagne, i figli, grandi e piccoli, gli amici, i colleghi. Il giornalista è un collante tra fantasmi: si mette a disposizione del pubblico per far sapere cos’è successo davvero quella notte, riferire quegli elementi che l’oblio, per l’appunto, ha già sottratto alla nostra mente. Serve a ricordare le responsabilità, gli errori, le conseguenze, i profili di chi ora non c’è più e di chi gli stava accanto. Anni, sogni, futuro, famiglie. Che oggi, materialmente, non ci sono più.

Il giornalista appare per poi scomparire. Quello è il suo ruolo. Al suo posto le voci delle persone, in prima persona. Voci che prendono vita grazie a due grandi attori, Umberto Orsini e Alba Rohrwacher, e che nascono, almeno in parte, dal racconto di Giovanni Pignalosa, operaio jolly del reparto finitura, colui che materialmente spense il rosso fuoco di quella sera. Sono racconti frammentati, lunghi una notte, buia, chiamata anche vita. E nulla viene lasciato muto: la serenità dell’operaio Rocco, vicino alla pensione, che guida tre squadre (a causa della crisi in cui versa la Thyssen); la concitata fine dei corpi, ridotti a torce fumanti, che chiedono aiuto, senza perdere completamente la lucidità; le telefonate di rito alle mogli; la rivelazione sui desideri infranti, sulle paure dell’incombente solitudine; i pianti, le lapidi stonate per le date troppo giovani; la folla durante i funerali. Emozioni, botte che scuotono l’anima di chi è seduto in quelle poltrone, rosse, anche loro.

Ma c’è tempo anche per riflettere sul mestiere, sulla figura dell’operaio, “colui che fa”. Una lunga onda che si protrae dal secolo scorso fino a oggi. Una riflessione sui tempi che cambiano, sulla forza di una comunità che oggi si sta sgretolando, che sta perdendo la propria forza. Un rosso che, in questo caso, diventa più opaco, privato di quello smalto che ne caratterizza orgoglio e partecipazione.

Alla fine un pianoforte accompagna i pensieri, nudi e silenziosi, di chi ha ascoltato quella che da reportage (2008) è diventata un’opera teatrale vera e propria. Davvero sonora, come suggerisce il titolo. Pensieri interrotti da uno scroscio di applausi. La gente si alza per rendere omaggio a quello che è molto più di un reading. Sì, perché le parole, in questo caso, non sarebbero state capaci di raccontare da sole quello che è successo quasi otto anni fa. Non sarebbero state in grado di coprire un altro rosso: quello che si è dipinto sul volto del nostro Paese per un’altra sera, il rosso di una vergogna che oggi torna a fulgere (passatemi la scelta desueta) e colpire.



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