Enrico Brizzi: l’arte di raccontare storie


500 pagine per un libro intenso, un’appassionante saga familiare che sarà un peccato finire di leggere: è Il matrimonio di mio fratello, il nuovo romanzo di Enrico Brizzi, presentato martedì 12 gennaio al Circolo dei Lettori di Torino in compagnia di Luca Beatrice ed Enrico Remmert.

Uno scrittore “muscolare”, così è stato definito Brizzi, con i suoi chilometri e chilometri di camminate a piedi in giro per l’Italia e l’Europa (Nessuno lo saprà. Viaggio a piedi dall’Argentario al Conero, Il pellegrino dalle braccia d’inchiostro, Gli psicoatleti) e con la sua vena narrativa incontenibile.

“Mi piace raccontare storie, ascoltarle in giro per il mondo – si è presentato Brizzi, narratore attento al racconto piuttosto che a dipingere e decorare immagini di sé – quando scrivo credo di parlare di noi più che di me: le persone che si raccontano si mettono a nudo uscendo da ruolo che la vita metropolitana ci impone quotidianamente, dal gioco che siamo chiamati a giocare con la fretta, il lavoro, la reperibilità continua… ma c’è qualcosa di più profondo. Sono le cose ultime, o le cose pure, a seconda dei punti di vista: tutti ci innamoriamo, tutti proviamo amicizia, tutti ci mettiamo in discussione se ci puntano il dito contro”.

2069543cover_800_800X50E così Brizzi, dopo un anno e mezzo di lavoro inframmezzato dalle ormai classiche avventure a piedi, ha dato vita a una storia che è sì una saga familiare, in chiave di epica moderna, ma anche la storia degli ultimi trent’anni d’Italia, raccontata attraverso le vite dei protagonisti. Max e Teo sono due fratelli profondamente diversi, due caratteri e due individualità che si scontrano. Attraverso l’intreccio di due piani temporali, uno nel presente e uno che recupera i ricordi della famiglia attraverso una serie di flashback, Brizzi costruisce una trama che, oltre agli snodi narrativi, offre quella che Enrico Remmert ha definito “entomologia della famiglia”: una ricostruzione di microstorie personali e grande storia al contempo.

Lo stile, per i lettori di Brizzi, è il consueto: una scrittura graffiante, ricca e appagante, in cui il narratore, Teo, il fratello più “sfigato”, racconta di sé e di Max, il protagonista del matrimonio citato nel titolo, personalità esuberante pronta a prendere a morsi la vita, forse esagerando un po’: “gli eroi – spiega Brizzi riferendosi alle ambizioni e al carattere di Max e riportandone le caratteristiche sul piano della costruzione romanzesca – non possono raccontare, ci sono i testimoni a farlo”.

Dopo aver regalato al grande pubblico storie diverse, con eccessi e lati neri, con la passione per i viaggi a piedi e con gli esperimenti e scommesse dell’epopea fantastorica italiana (L’inattesa piega degli eventi, La nostra guerra, Lorenzo Pellegrini e le donne), Brizzi ammette di aver sentito l’esigenza, del tutto non razionale, di raccontare una storia che avesse al centro i sentimenti delle persone e la vita di un’Italia che, quarantenne, ha visto cambiare sotto i propri occhi. “Se uno vuole mandare dei messaggi, scrive le frasi per i baci Perugina, oppure fa il politico – scherza quando gli si chiede quale sia l’intento della sua narrativa – quello che vorrei invece è scrivere storie in cui le persone ritrovino se stesse o qualcuno che hanno l’impressione di conoscere. Sono convinto che la vita è un’esperienza che un po’ mette paura un po’ fa ridere”.

In quanto a sentimenti e storie che un po’spaventano e un po’ divertono, chi legge Brizzi e ne conosce brizzil’opera non può non ripensare al folgorante esordio dello scrittore, non ancora ventenne: Jack Frusciante è uscito dal gruppo, romanzo di un ragazzo scritto per essere compreso a fondo dai coetanei, tanto da acquisire una forza simbolica che ne ha fatto la fortuna, e che ha avuto importanti esiti nella storia personale del suo autore. Uno spartiacque per la narrativa italiana degli anni Novanta, citando il quale la discussione non ha potuto che ricadere sui primi passi dell’autore e su un’attività editoriale ben diversa da quella odierna, abituata a scavare tra i manoscritti in cerca di giovani talenti.

Come Snoopy mandavo manoscritti alle case editrici” ricorda Enrico Brizzi, che ammette di aver iniziato con un plagio da Blade Runner inviato tra gli altri all’editore Transeuropa, di Ancora, all’epoca guidato da Massimo Canalini. Un’inaspettata fortuna, perché dalla positiva risposta di Canalini e dall’incontro dei due sotto le torri di Bologna, ebbe inizio la carriera del giovane autore. A essere ricordata è stata anche la figura di Pier Vittorio Tondelli, giornalista e scrittore, autore dei consigli per giovani narratori che furono la prima guida per Brizzi. Tondelli scopriva i giovani autori, e ne pubblicava i racconti in antologie: Giovani Blues, Belli & Perversi, Papergang, tutti editi da Transeuropa tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta. Un’attività di talent scout che copiava un po’ da oltreoceano, da un’America in cui i giovani avevano trovato un loro spazio di scrittura, e che in Italia era incentivata e promossa da un piccolo editore dal quale, spesso, le pubblicazioni passavano direttamente a Mondadori, l’editore più importante del paese. Tutto questo oggi sembra impossibile ed estremamente lontano non solo nel tempo ma nel modo di lavorare e guardare alla scrittura: oggi le nuove penne si scoprono sul web, le ragioni economiche la fanno da padrone.

Il progetto Under 25 (dal quale, tra gli altri, sono emerse voci come Giuseppe Culicchia, Silvia Ballestra, Simona Vinci) era invece una realtà sperimentale ,ma anche, al contempo, una vera e propria palestra di scrittura e vita per ragazzi che da tutta Italia partivano per passare weekend di discussioni letture ed esercizi di analisi letteraria ad Ancona: “avevamo le energie morali e la speranza – ricorda Brizzi – eravamo convinti di fare qualcosa di giusto e autentico. Ci sentivamo dalla parte del giusto”.




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