Dylan Dog Speciale #27: la recensione


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Scrivere Dylan Dog, scriverlo bene s’intende, non è facile per tutta una serie di motivi. Intanto, perché il suo creatore, Tiziano Sclavi, lo ha abbandonato e, si sa, un personaggio è intimamente legato al suo autore principale. Poi perché DyD non è mai stato un “personaggio”, ma sempre una persona, seppur di carta. Un essere umano pieno di debolezze, un essere umano insicuro e tormentato, un essere umano sensibile, uno che si pone di fronte al diverso con l’atteggiamento di chi vuole capire e conoscere e non di chi, spaventato da ciò che non conosce, giudica e condanna senza sapere chi o cosa ha di fronte. Insomma, cogliere tutti questi aspetti di Dylan Dog, metaforizzarli e portarli su carta non è facile e, infatti, negli anni molti lettori si sono disamorati e allontanati dalla storica testata della Sergio Bonelli Editore. La casa editrice milanese ha deciso di correre ai ripari e si è affidata ad un nuovo curatore, Roberto Recchioni, il quale a sua volta si è circondato di autori molto vicini a lui e a Sclavi, ma, soprattutto, alla creatura sclaviana. L’albo di cui si parla qui, “La Bomba”, è il primo frutto di questa operazione di rinnovamento. I testi sono, ufficialmente, di Giovanni Gualdoni (curatore uscente), ma revisionati da Recchioni e da Paola Barbato, mentre alle matite c’è il bravissimo Bruno Brindisi. Capire a chi vadano attribuiti meriti e demeriti non è facile, ma, intanto, possiamo tranquillamente partire affermando che l’operazione è riuscita e il paziente potrebbe presto uscire dal coma. Perché “La Bomba” è una storia straniante, intelligente, attuale, bella, insomma è una storia “alla Dylan Dog”.

L’inizio del racconto è travolgente: Dylan è all’interno di un manicomio circondato da quelli che crede essere mostri e non sappiamo né come né perché si trovi li dentro. Il Dylan che vediamo è solo e impaurito e imparerà, amaramente, che nel posto in cui si trova non può fidarsi di nessuno; riuscirà a fuggire da li, ma il come e il perché non sono cose che si possono dire qui senza rovinarvi la lettura. Quello che colpisce, oltre alla trama in sé che è ben congegnata (seppure sia necessario concedere una piccola “licenza poetica” a Gualdoni, Barbato e Recchioni), è il linguaggio, sia quello verbale – rinnovato nella forma (per la prima volta la SBE abbandona lo storico “voi” e, con appena qualche decennio di ritardo, passa al “lei”) – sia quello fumettistico: sebbene la gabbia bonelliana non sia quasi mai stravolta, i dialoghi e i cambi di scena sono ottimamente calibrati, concedendo una lettura scorrevole, ma non superficiale, donando quel gusto di pienezza tipico delle storie ben riuscite non solo nella sostanza ma anche e soprattutto nella forma. L’unico neo dell’albo è l’assenza di quell’ironia stemperante tipicamente sclaviana che è un altro elemento fondante del Dylan delle origini. E, a proposito di elementi fondanti, ritorna anche il DyD “citazionista”: sono tanti e palesi i richiami non solo interni alla serie, ma anche esterni, come il palese omaggio a “La zona morta” di Stephen King. Ultima nota per i disegni di Bruno Brindisi: il suo tratto pulito dona armonia alle tavole e i suoi personaggi sono espressivi e vivi; insomma, per l’autore si tratta dell’ennesima prova di alto valore.

Lo  è sia un’ottima presentazione del nuovo corso che l’antieroe di Craven Road 7 si appresta ad affrontare, sia una eccellente prova di un team di autori che hanno sinceramente a cuore il personaggio, adatta a vecchi lettori come a neofiti. Da leggere!




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