Directors UK: in conversazione con… Alejandro González Iñárritu


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Dicembre, una giornata come tante a Londra: l’aria pungente, i turisti con occhi smarriti, le magnifiche luci di natale a riempire le strade del centro. Poi c’è Piccadilly Circus e il suo nuovo cinema multisala Picturehouse Central aperto da Giugno 2015 e già eletto miglior cinema della città. Quattro piani dove alloggiano una caffetteria, un ristorante, una lounge riservata ai membri con vista mozzafiato e sette sale. Proprio in una di esse si svolge l’evento speciale “In conversazione con”, parte di una serie di incontri con i maestri del cinema contemporaneo, curati dall’associazione Directors UK.

Sul palco Alejandro González Iñárritu che, ad un anno esatto da Birdman, torna dietro la macchina da presa con l’attesissimo The Revenant (Revenant – Redivivo, in Italia previsto per il 28 gennaio 2016), epica avventura ispirata da fatti reali. Nord Dakota 1823, l’esploratore Hugh Glass (un Leonardo di Caprio per l’ennesima volta in un ruolo da Oscar) è brutalmente assalito da un orso durante una spedizione nelle terre vergini americane, dato per morto deve sopravvivere al durissimo inverno e superare atroci sofferenze fisiche e psicologiche.

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A moderare l’incontro lo sceneggiatore inglese Charles Sturridge (Monteriano – Dove gli angeli non osano metter piede 1991, Gulliver’s Travels 1996, Lassie 2005) che indirizza l’attenzione sull’incredibile lavoro del regista messicano, e apostrofa Iñárritu quale emblema della regia come forma d’arte.

Pochi sanno che la vera passione di Alejandro è la musica e che la sua carriera è cominciata proprio dietro a una consolle, come speaker radiofonico specializzato nel genere rock. Lui stesso si definisce un musicista frustrato. È per questo che il suo primo pensiero quando approccia una sceneggiatura è “What does this story sound like?”, letteralmente – “come suona questa storia?”.

I suoi film hanno, a suo dire, uno stile musicale ben preciso: Amores Perros è rock, Birdman opera, mentre The Revenant rappresenta il silenzio, la più elevata forma musicale.

Nato e cresciuto a Città del Messico, all’età di sedici anni viene espulso da scuola e decide di diventare marinaio. Viaggiare influisce molto sul suo modo di fare cinema e solo a posteriori il regista realizza di aver girato gran parte dei suoi film, inconsciamente, nei luoghi che aveva visitato da ragazzo.

Alejandro-González-Iñárritu-1Alla domanda di Charles su quale sia il suo primo ricordo legato al cinema Alejandro risponde citando l’iconico film natalizio Chitty-Chitty Bang Bang (1968). In seguito è con Midnight Cowboy – Un uomo da marciapiede e La Dolce Vita che il giovane Iñárritu scopre l’esistenza della mente brillante di un regista dietro a un film di successo. Tuttavia, a suo parere, l’autore deve rimanere celato dietro alla sua opera, se la sua presenza è troppo evidente ci troviamo di fronte a ciò che lui ama definire un “cattivo mago”.

Un altro passo importante per la sua carriera è l’esperienza accumulata dietro alla macchina da presa come regista di spot pubblicitari, tra i più recenti Nike Write the Future del 2010 e Best Job per Procter&Gamble nel 2012, in occasione delle Olimpiadi. Un lavoro remunerativo che gli consente di affinare le sue doti di cantastorie grazie ai formati brevi, ma che non lo soddisfa appieno.

Per questo si spinge verso i lungometraggi e con Amores Perros (2000) debutta sul grande schermo. Charles chiede spiegazioni circa la tecnica usata per filmare la lotta clandestina fra cani, resa ancora più drammatica dall’uso della camera a spalla e da un unica lunga sequenza. I segreti dietro a una delle scene più potenti di tutto il film sono semplici; piccoli trucchi come del filo da pesca invisibile per far sembrare i cani ancora più feroci, una pregressa preparazione sul mondo delle lotte clandestine e la totale fiducia riposta negli addestratori dei cani.

L’attenzione si sposta sull’importanza delle performance attoriali, specialmente in Babel, e a come la fase di casting sia essenziale per la buona riuscita di un film. Iñárritu dichiara di ricercare nei suoi attori una sorta di fisicità ma soprattutto un tormento interiore che faccia intuire una dimensione nascosta in superficie. Il momento più difficile da catturare in questa storia drammatica che vede il tragico intreccio di quattro famiglie è legato proprio al suscitare emozioni di rabbia in un attore non professionista. Alejandro racconta che attirato dal volto dell’attore ne aveva tralasciato il temperamento. Nonostante l’apparenza rude e temibile, infatti, l’uomo era uno dei più miti e docili sul set. Per avvicinarlo alla parte, il regista ha dovuto torturarlo con una serie di domande legate ai momenti peggiori della sua vita. Ma nulla, la rabbia non usciva. Finchè parlando della morte della madre l’attore si è completamente lasciato andare.

Questo argomento porta alla luce un’altra delle tecniche preferite dal cineasta: il cospicuo uso delle prove. In Birdman ogni movimento, ogni sequenza, ogni battuta è stata provata e riprovata prima di dare il via alle riprese. Una caratteristica che Iñárritu porta con sé dalla sua personale esperienza con il teatro (Alejandro ha studiato teatro a Los Angeles dietro la guida del direttore polacco Alejandro-González-Iñárritu-6Ludwik Margules prima, e Judith Weston poi). Come regista bisogna avere il controllo di ogni elemento, la macchina da presa certo, ma anche le luci, l’architettura di una scena persino la danza che si produce in essa. “È importantissimo sapere cosa si sta per girare, e solo attraverso le prove si può avere il pieno controllo”. Senza il budget per ricreare in interni la scena in cui Micheal Keaton attraversa il Madison Square Garden, la sequenza più eccentrica di Birdman si presentava come un’impresa impossibile. La reazione incontrollabile della folla avrebbe travolto l’attore e la crew. Soltanto dopo innumerevoli prove ed una geniale trovata del regista (distrarre la folla con uno show musicale creato ad hoc), il prodotto finale viene ottenuto in due take e con un centinaio di comparse.

A chiusura un commento su The Revenant, girato in ordine cronologico, il film ha richiesto un indescrivibile forza di volontà e determinazione, tantissime le decisioni prese in ogni istante. Un’esperienza così traumatica da far dichiarare ad Iñárritu mai più riprese nella natura selvaggia!




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