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Back to the 90's: il rock di transizione dei Swell99 -

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Back to the 90’s: il rock di transizione dei Swell99


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swell991

È il 1999, un anno critico per mettere su una band: con Napster è appena nato il file sharing e chiunque si occupi di musica si trova costretto a mettersi completamente in discussione. È proprio in quel momento di transizione che si formano gli Swell99, figli dichiarati del grunge anni ’90, che sfuggono ad un facile provincialismo puntando dritti al rock di Seattle. E da allora ne hanno fatta di strada: hanno persino battuto i palchi di Vasco, Verdena e Caparezza. Ora, però, vogliono concentrarsi sul loro rock, quello da cui sono partiti. Ripercorriamo questo cammino insieme al loro chitarrista, Carlo Ciarrocchi.

 

 

Ciao Carlo, raccontaci com’è iniziata la vostra avventura.

Siamo nati a Macerata nel ’99, come suggerisce il nome; subito abbiamo avuto qualche turbolenza con i batteristi ma da quando nel 2001 è entrato alla batteria Lorenzo, la formazione è diventata stabile. Ci è venuta voglia di iniziare a fare dei brani nostri, eravamo molto esterofili e all’inizio abbiamo lavorato parecchio in inglese. Dopo il primo demo, che ha ottenuto dei buoni consensi, qualcuno ci ha chiesto però di rifare gli stessi brani in italiano. Abbiamo seguito il consiglio realizzando un secondo lavoro: metà in inglese e metà in italiano.

Come è nato il primo album?

All’epoca era raro che si uscisse subito con l’EP o con l’album come accade adesso, all’inizio si facevano soprattutto demo. Noi ci abbiamo messo otto anni per arrivare al primo album, “Comunicazione”, uscito nel 2009. Quel lavoro è stato una scrematura di tutto quello che avevamo fatto fino ad allora: abbiamo conosciuto il produttore, Andrea Mei, che ha ascoltato tutto il nostro materiale e insieme abbiamo scelto di prendere una direzione, ovvero di mettere da parte i brani più rock e orientarci verso una prospettiva più pop-rock. Abbiamo cercato di realizzare qualcosa di accessibile e vedere cosa succedeva.

E la collaborazione con la e-label Plindo?

Col nuovo album “Life”, uscito a maggio, abbiamo deciso di tornare alle nostre origini più rock, perciò ce lo siamo scritto e prodotto da soli. Qui è iniziata la nostra collaborazione con Plindo: ho scoperto il loro sito navigando in rete e mi ha incuriosito perché proponeva di mettere direttamente in download i brani degli artisti. Così abbiamo cominciato proponendo un nostro brano, e da lì, pian piano, siamo arrivati ad una collaborazione più stretta. Quest’album l’abbiamo fatto veramente per noi e siamo contenti che ci stia dando delle soddisfazioni, viene accettato bene e finora ha ricevuto buone recensioni.

In che modo lo state promuovendo?

Nel mese di ottobre abbiamo avuto delle belle date, fra cui l’Overtime Festival con Morgan e il Roxy Bar a Bologna. A novembre faremo due date con altre band qui in zona e ci stiamo attivando per altre opportunità.

Torniamo per un attimo al 1999: senti che quel momento di transizione ha in qualche maniera influenzato il vostro modo di fare musica?

Senza dubbio. All’epoca eravamo molto presi dall’aria 90’s che si respirava, in particolare da tutto quello che negli anni prima avevano prodotto i Nirvana, i Pearl Jam, i Soundgarden. Pensa che io all’epoca non suonavo più, avevo già appeso la chitarra al chiodo, poi ho incontrato questi ragazzi e insieme abbiamo ricominciato. Gli spunti musicali erano uguali per tutti e questa è una delle cose che ci ha fatti entrare subito in sintonia: eravamo tutti appassionati della musica di quel periodo, in tutte le sue varie sfaccettature, chiaramente non parlo solo di Nirvana e Pearl Jam ma di tutto quello che il panorama musicale offriva e questo chiaramente si è riflettuto sulla nostra musica.

Anche la musica italiana?

Il rock italiano dell’epoca non era, diciamo, così in auge… forse gli unici che sentivamo vicini erano i Timoria e un pochino i Negrita.

Adesso vi sentite più vicini al panorama della musica italiana attuale?

Ti rispondo con un esempio: domenica scorsa abbiamo partecipato al programma “Roxy Bar”, di Red Ronnie, come gruppo emergente insieme ad altre due band. Lì ci siamo sentiti un po’ distanti da quello che veniva proposto, perché se quello era lo specchio di quello che adesso c’è in Italia, possiamo dire di esserne abbastanza fuori. Riflettendo, però, ci siamo resi conto che anche molti altri gruppi che noi conosciamo, della nostra zona e non, molto probabilmente si sarebbero sentiti lontani dai canoni che venivano presentati in trasmissione, e credo che questo accada perché in Italia esistono due mondi paralleli: la musica da televisione, il prodotto preconfezionato, e poi l’altra musica, che può coprire qualsiasi genere ovviamente, ma che rimane comunque un filone a sé. Sono due binari ben distinti che non si incrociano mai e, se lo fanno, di sicuro c’è qualcosa che stride.

Qual è stato il momento più significativo per il vostro gruppo?

Una delle esperienze più belle è stata sicuramente quella sul palco di Vasco, quando abbiamo aperto il suo concerto allo stadio di Ancona. Voglio dire, suonare davanti a 35-40000 persone non è una cosa che ti capita tutti i giorni. All’inizio eravamo un po’ preoccupati perché, pur essendo una platea rock, era comunque il pubblico di Vasco ed era lui che tutti aspettavano. Temevamo le solite reazioni a base di fischi e lanci di bottigliette, che di solito vengono riservate al gruppo spalla, invece è stata una bella soddisfazione vedere che questo non accadeva, anzi, alla fine si è levato persino qualche applauso!

E poi, aldilà del momento sul palco, è stata un’esperienza incredibile poter salire anche noi sul carrozzone di una grande produzione, insieme a tutta la marea di gente che ci lavora: quando vai ad un concerto non ti rendi minimamente conto della macchina imponente che c’è dietro, è davvero impressionante.

I postumi del concerto sono stati la cosa peggiore. Era una domenica e avevamo passato una giornata da star. Tornare al lavoro il giorno dopo è stato a dir poco traumatico. Continuava a venirmi in mente la canzone di Vasco: “Sì, stupendo, mi viene il vomito…

Quale sarebbe per voi una collaborazione ideale con un artista?

Beh, diciamo che un disco prodotto da uno di quei santoni come Brendan O’Brien o Butch Vig sarebbe il massimo. Ma anche una collaborazione con Mike McCready dei Pearl Jam o David Gilmour dei Pink Floyd non ci dispiacerebbe, ecco.

Quali sono i vostri progetti nell’immediato futuro?

A settembre è uscito il terzo singolo del nuovo album, “Non è la fine” e sembra che nelle radio del circuito MEI stia andando bene. Qualche giorno fa ci siamo accordati con degli amici registi per realizzare il video, quindi a brevissimo lo gireremo. È tutto autoprodotto e ogni volta è una vera e propria impresa, ma noi non ci arrendiamo!

E fanno bene. In attesa del nuovo video, vi invitiamo a scoprire e ascoltare i Swell99 sul sito di Plindo. Auguriamo a questi ragazzi di continuare a portare avanti il sound che amano, sul loro binario senza fine. Keep rockin’.

Ascolta gli Sweel99 su Plindo.com!

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